giovedì 13 giugno 2013

Grande Guerra, dieci luoghi da visitare per ricordare

L'estate faticosamente si sta avvicinando e se, crisi permettendo, qualche lettore del nostro blog desidera vedere cosa c'è oggi in alcuni luoghi in cui si combatté la Prima Guerra Mondiale, può andare a visitare i siti che proponiamo nelle dieci  fotografie. Il post non è un itinerario turistico, ma di un invito a calarsi nella storia d'Europa per conoscere come il ricordo è stato tramandato nel corso degli anni che, dai lontani avvenimenti accaduti tra il 1914 e il 1918, si sono avvicendati sino ai nostri giorni.
Verdun, le rovine del Fort de Vaux, fotografia di Stefano Viaggio


Trentino, Monte Zugna, sentiero verso le linee italiane, fotografia di Stefano Viaggio


Francia, Chemin des Dames, fotografia di Stefano Viaggio


Arras, cimitero militare nel villaggio di Acq, tomba del soldato valdostano, volontario nell'esercito francese, Vincenzo Perotti, fotografia di Stefano Viaggio


Francia, Sacrario militare britannico di Thiepval, fotografia di Stefano Viaggio


Belgio, Ypres, Porta di Menin, fotografia di Stefano Viaggio



Trentino, Monte Zugna, posto di tiro austriaco

Francia, Le Linge, cimitero tedesco, fotografia di Stefano Viaggio


Trentino, Monte Zugna, linea italiana, zona del Trincerone, fotografia di Stefano Viaggio


Francia, Compiègne,monumento eretto sul luogo detto del vagone di Foch. Qui fu firmato l'armistizio che pose fine ai combattimenti della Prima Guerra Mondiale nel novembre del 1918, fotografia di Stefano Viaggio




mercoledì 22 maggio 2013

Cartoline e fotografie del paesaggio di guerra. La distruzione del patrimonio artistico



Nel corso della Prima guerra mondiale alcune città europee vennero bombardate dal cielo e dalle potenti artiglierie di nuovo tipo introdotte nel conflitto. Londra, Parigi ed altre città, tra cui Venezia, subirono incursioni aeree che colpirono edifici e provocarono molte vittime; città di provincia e di dimensioni più modeste si trovarono esposte ai bombardamenti che avvenivano sulla linea del fronte, è il caso di Arras e soprattutto di Ypres che venne completamente distrutta.
L'arma aerea tra il 1914 e il 1918 compì progressi che la imposero come determinante nella guerra totale e industriale. Negli ultimi mesi di guerra, 1918, gli alleati dell'Intesa e gli americani erano divenuti padroni del cielo, gli italiani si spingevano in territorio austroungarico. Se nella prima guerra mondiale l'uso  ancora limitato dell'aviazione portò a risultati importanti, nella seconda fu invece determinante per la vittoria contro il nazifascismo. Un altro effetto che già venne sperimentato nel corso della grande guerra, fu l'uso terroristico dell'arma aerea contro le popolazioni civili al fine di fiaccare il morale delle nazioni avversarie. I dirigibili Zeppelin furono il simbolo di questa guerra che portava la morte dal cielo senza distinzione. Aviazione e artiglierie potenti generarono, insieme ai tanti, anche un altro timore: la distruzione di un patrimonio artistico e culturale che si era sedimentato nei tanti secoli di storia europea. In fase storica in cui avvenne una sorta di nazionalizzazione della cultura e dell'arte, non era soltanto la distruzione di importanti opere d'arte che creava inquietudine e dolore, ma anche la consapevolezza che l'unità sovranazionale rappresentata dalla cultura comune europea andava in frantumi. Di questo furono consapevoli alcuni intellettuali che condussero la battaglia pacifista in nome di culture e intelligenze che sino ai giorni precedenti l'inizio della guerra si erano incontrate e discutevano insieme, primo fra tutti fu lo scrittore e musicologo, premio nobel nel 1915, Romain Rolland. Per le nazioni dell'Intesa, la distruzione di monumenti ed edifici religiosi e civili si tradusse in immagini utilizzate per dimostrare la barbarie del nemico tedesco. Va ricordato che la Germania, tra il 1914 e il 1918, fu toccata solo marginalmente dalle incursioni aeree sulle città, cosa che si verificò in modo devastante nella seconda guerra mondiale. Qui presentiamo alcune immagini la cui pubblicazione era finalizzata a diversi obbiettivi: dimostrare la barbarie tedesca, giustificare la necessità da parte dei tedeschi di distruggere alcuni antichi edifici religiosi, rivendicare, a guerra finita, le riparazioni per i tanti monumenti carichi di storia e significato culturale, distrutti.

Cartolina pubblicata dopo la fine della guerra, l'ntico Hotel de la ville di Ypres ridotto in rovina


Una fotografia e un disegno pubblicati sulla rivista tedesca Der grosse krieg in bildern (Album della Grande Guerra) nel 1914 e tendete a dimostrare la necessità di abbattere i campanili delle torri della biblioteca di Lovanio su cui i belgi avevano piazzato delle mitragliatrici.

Stereoscopia di ignota pubblicazione: le rovine dell'abbazia di Longpont (nei pressi di Soissons) distrutta nel 1918


Le Miroir, 14 novembre 1915, la distruzione degli affreschi del Tiepolo nella chiesa di Santa Maria degli Scalzi di Venezia da parte dell'aviazione austriaca
La didascalia così commentava l'avvenimento:
"Gelosi dei loro alleati tedeschi che distrussero Lovanio e incendiarono la cattedrale di Reims, gli austriaci sono riusciti a distruggere una delle più belle opere d'arte di Venezia. Uno dei loro aviatori ha lanciato una bomba sulla chiesa di Santa Maria degli Scalzi polverizzando la volta della navata centrale dov'era dipinto il famoso affresco del Tiepolo rappresentante "Il trasporto delle santa casa", nel servizio l'affresco e ciò che resta della volta dopo l'esplosione".
La volta di Santa Maria degli Scalzi sfondata dall'esplosione


L'affresco di Gianbattista Tiepolo in Santa Maria degli Scalzi


sabato 4 maggio 2013

Cartoline e fotografie del paesaggio di guerra. Bambini in guerra.

Positivo da negativo su lastra di vetro all'argento. Località imprecisata, anni 1917-1918; si tratta probabilmente un villaggio delle Fiandre. Questo documento fotografico è contenuto in una scatola di lastre con altre fotografie di luoghi in cui è passata la devastazione della guerra.


Un gruppo di bambini e ragazzetti si schiera nella strada principale di un villaggio per farsi fotografare: qui è passata la guerra con tutto il suo carico di dolori e lutti. Nella mente e negli occhi dei protagonisti di questa immagine, la guerra resterà un ricordo vivo che condizionerà la generazione erede degli anni compresi tra il 1914 e il 1918. I bambini non sono soltanto le vittime della Prima Guerra Mondiale, ma ne diventano protagonisti perché, seppur non direttamente combattenti, sono utilizzati per suscitare sentimenti.
Cartolina senza data, anni 1914-1918, con un bambino inserito in un momento della guerra di trincea.

Sin dall'inizio del conflitto si assiste ad una militarizzazione del bambino che, insieme alla donna, diventa il soggetto privilegiato per suscitare l'amore per i propri cari esposti alla minaccia del nemico. Si combatte per i figli: i figli e le loro immagini sostengono i combattenti. In alcune cartoline illustrate il bambino è rappresentato come un combattente armato di fucile e già pronto a partire per il fronte.
Se nei messaggi che vengono inviati dal fronte la nota ricorrente è "qui tutto va bene" e " sto bene in salute", in quelli iconografici inviati dal fronte interno ai soldati, il bambino è il soggetto di una sottile operazione che lo vede al centro di una crudele brutalizzazione del conflitto e demonizzazione del nemico. Il tedesco, il francese, il russo, l'austriaco o l'italiano, gli  invasori insomma,  sono una minaccia per il bambino e la famiglia, le risorse più grandi e importanti per la patria in pericolo. Uno dei punti di forza per l'utilizzo del bambino in funzione della guerra e della difesa della nazione, è il gioco. Attraverso il gioco si costruisce un immaginario in cui il bambino partecipa alla guerra e conduce la sua battaglia, individuale o di gruppo, contro un nemico che va distrutto senza pietà. I bambini saranno i soldati di domani.
Cartolina inviata nel dicembre 1914.
I tedeschi che hanno invaso notevoli porzioni di territorio dei loro avversari e sono accusati di comportamenti barbari nei confronti della popolazione civile,  pubblicano e diffondono fotografie rassicuranti in cui viene mostrato il buon cuore dei soldati che fraternizzano con la popolazione e sono gentili con i bambini.
Fotografia pubblicata nel 1914 sulla rivista tedesca "Der grosse krieg in bildern" ed eseguita nel Belgio occupato.
L'invasione del paesaggio mentale dell'infanzia da parte della guerra non era cosa nuova in Europa. Il nazionalismo nel corso dei decenni aveva esaltato le virtù guerriere e insegnato ai più giovani, compresi i bambini, che era necessario prepararsi anche morire per la patria. A tutto questo aveva contribuito anche l'affermarsi di nuovi miti: la gioventù, la velocità, la modernità. Queste idee si traducevano in un'azione culturale che assegnava ai più giovani il compito di liberare le società sviluppate tecnologicamente dal vecchiume e dalla compostezza, eredità di un passato ancora recente.
Cartolina inviata nel marzo del 1915. Il padre al fronte è mostrato in una fotografia come ancora presente nella casa e immaginato mentre combatte. Il titolo è "Papa sera un héros".
L'antico mito dell'eroismo virile rinasceva allora sotto forma di immagine di massa e a buon mercato: la cartolina illustrata fu, nel corso della guerra, il maggior strumento per il coinvolgimento del bambino nell'universo guerresco. Negli anni che intercorsero tra la fine del Primo e l'inizio del Secondo Conflitto Mondiale, furono soprattutto gli stati totalitari a utilizzare la gioventù per le loro finalità aggressive. Gli orrori dei bombardamenti sulle città e lo sterminio degli ebrei in Europa, avrebbero assestato un colpo definitivo alla cultura militare dell'infanzia. Oggi si tende a non regalare più armi-giocattolo ai bambini, ma vediamo e sappiamo che a migliaia sono utilizzati o partecipano alle guerre che si svolgono al di fuori dei confini del mondo occidentale e industrializzato. Del resto oggi grandi e piccoli, partecipano ai giochi di guerra sul monitor dei computer.
[per chi voglia approfondire questo argomento si consiglia di leggere "Enfants dans la Grande Guerre", pubblicato in seguito alla mostra che si è tenuta nel 2002 presso l'Hisorial de la Grande Guerre di Peronne,]

giovedì 25 aprile 2013

Cartoline e fotografie del paesaggio di guerra. Lo Zeppelin di Revigny



Cartolina inviata il 1 aprile del 1916 da Revigny.
Brabant-le Roi (Meuse)- I resti dello Zeppelin L.Z.77 abbattuto il 21 febraio 1916 alle 20 e 47 min. dalla Sesione di artiglieria motorizzata di Revigny.

Questa cartolina ha quasi un'aura surreale. Il chiarore che circonda il relitto e l'oscura figura che indica i rottami, conferiscono all’immagine la dimensione di sogno inquietante. Lo sguardo si concentra su una sorta di dinosauro metallico, sconfitto e disteso in terra, con l'uomo che indica ed è la misura dello strumento di guerra distrutto.
Il dinosauro ucciso è un dirigibile tedesco, abbattuto sui cieli del villaggio francese di Revigny, nella regione della Meuse, il 21 febbraio 1916. Si tratta di uno Zeppelin L.Z. 77, dotato di quattro motori, uno da 240 cavalli e tre da 210. Il 21 febbraio 1916 è la data di inizio della Battaglia di Verdun in cui la Germania, con un bombardamento di artiglieria mai conosciuto nella storia della guerra moderna, getta sul peso della bilancia tutta la sua potenza industriale. La Francia e forse le sorti della guerra, sono in pericolo: per questo motivo l’abbattimento del dirigibile a Revigny da parte di una batteria di artiglieria autotrasportata, assume un valore particolare. L’immagine e il racconto di questo avvenimento compare su tutti i giornali francesi e viene presentato come una grande vittoria, mentre le notizie di ciò che sta accadendo davanti a Verdun giungono frammentarie, con ritardo e oscurate dalla censura. L’abbattimento di uno Zeppelin è un avvenimento che racchiude diversi significati: la vendetta contro i bombardamenti tedeschi sulle città inglesi, francesi e italiane, la distruzione di una potente macchina per la nuova guerra aerea, l'abbattimento di un simbolo della potenza tedesca. Per questi motivi il dirigibile di Revigny diventerà l’oggetto di una campagna mediatica di cui questa cartolina è solo un piccolo segmento. L’immagine è singolare, non punta a suscitare un interesse per il contesto ambientale in cui giace il relitto, ma proietta lo spettatore in una dimensione aerea dalla quale si piomba a terra in un turbine di fuoco. E’ la prova che la guerra si può vincere. Nonostante ciò che sta accadendo a Verdun.

La copertina della rivista Excelsior del 23 febbraio 1916
La Domenica del Corriere, 12-19 marzo 1916, una fotografia con l'auto-cannone che ha abbattuto lo Zeppelin L.Z.77


sabato 6 aprile 2013

Cartoline e fotografie del paesaggio di guerra. Crateri.




Didascalia: Quota 119-I crateri. Contrafforte dell'altura di Vimy, conquistato dai soldati francesi il 25 settembre 1915. Arresto definitivo dell'invasione.

La cartolina venne diffusa dopo la fine della Prima Guerra Mondiale ed era compresa in un piccolo album venduto ai turisti che venivano a visitare il paesaggio di guerra, già a quel tempo modificato dal tempo e dal rigenerarsi della natura. Nonostante i cambiamenti, qualcosa restava del profondo sconvolgimento generato dalle esplosioni delle mine e dai bombardamenti di artiglieria in questo settore del Fronte Occidentale, posto non lontano dalla città di Arras. Ancora oggi la cresta della collina di Vimy è uno dei più importanti siti della memoria per la conoscenza della Grande Guerra. La "necropoli nazionale" di Notre-Dame de Lorette e il Sacrario Canadese sono visitati, ogni anno, da migliaia di persone.
La "necropoli nazionale" di Notre-Dame de Lorette, in cui riposano i soldati francesi. Fotografia di S.V
Particolare del Sacrario Canadese sulla Cresta di Vimy. Fotografia di S.V.

Così lo storico britannico Martin Gilbert descrive l'inizio dell'offensiva francese che portò alla conquista dell'altura sconvolta dalle artiglierie.
"Il 9 maggio sul fronte occidentale le truppe francesi attaccarono le posizioni tedesche sul crinale di Vimy. Era il primo tentativo congiunto anglo-francese di fare breccia nelle fortificatissime trincee germaniche. L'artiglieria francese aprì il fuoco , bombardando per cinque giorni  le posizioni tedesche con gli shrapnel. Seguirono due minuti di silenzio, poi i trombettieri diedero il segnale dell'assalto e le truppe balzarono fuori dalle trincee, avanzando di corsa nella terra di nessuno. Percorso un migliaio di metri , arrivarono davanti al primo reticolato tedesco: era intatto. I soldati allora tentarono di aprirsi un varco con le cesoie, sotto il fuoco delle mitragliatrici nemiche. I superstiti avanzarono verso il secondo reticolato. Alla fine raggiunsero l'obbiettivo, mentre i tedeschi ritirarono dietro linee meglio difese. Alcuni reparti avanzarono per cinque chilometri, fino ai villaggi di Vimy e Givenchy, dove finirono però sotto il fuoco della propria artiglieria. Fra le truppe francesi c'era un reggimento della Legione straniera di 3000 uomini: durante l'attacco perse l'ufficiale comandante, colpito al petto da un cecchino, e tutti i comandanti dei suoi tre battaglioni, oltre a 1889 soldati."
[da La grande storia della Prima Guerra Mondiale di Martin Gilbert, Ed. Mondadori, pagg. 200-201]
Quella che nella didascalia della cartolina commemorativa viene presentata come una vittoria, in realtà fu solo una modesta avanzata pagata al prezzo di migliaia di morti.
La cresta di Vimy fu conquistata dai canadesi nell'aprile 1917.


domenica 17 marzo 2013

Cartoline e fotografie del paesaggio di guerra. Introduzione.



Cartolina della città di Albert, realizzata nel 1918 e diffusa dopo la fine della Grande Guerra

Attraverso la cartolina e la fotografia, la Grande Guerra trasmette il ricordo della campagna europea devastata dai bombardamenti di artiglieria, dai crateri delle mine e avvelenata dai prodotti tossici che ancor oggi inquinano foreste e territori posti sull'antica linea del Fronte Occidentale.
Nelle fotografie della Grande Guerra ci sono anche  alcune grandi città europee colpite dai bombardamenti aerei (Parigi, Londra, Venezia), ma sono le rovine delle città di provincia poste nelle vicinanze delle linee dei diversi fronti, ad essere diffuse maggiormente per un pubblico assetato di notizie. Castelli, ville di campagna, chiese ed edifici religiosi, primo fra tutti la cattedrale di Reims, vengono mostrati per sottolineare la barbarie del nemico, distruttore di cultura e civiltà.
Domina su tutto, la vastità del territorio sconvolto.
Nella ripresa fotografica del paesaggio di guerra, ci sono spesso i sodati assunti ad unità di misura della distruzione. Questo modo di fotografare riprende uno stile presente sin dall'inizio della storia della fotografia, ma in questo caso la presenza umana accentua il senso di desolazione e di vuoto generato dalla guerra.
Il territorio desertificato è ripreso anche dalle trincee per valutare la distanza che le separa dal nemico, per studiare le manovre dell’avversario o un prossimo attacco.
La censura militare interviene su questo tipo di fotografie che possono svelare segreti e lascia pubblicare dalle riviste le immagini che più servono a colpevolizzare l’avversario. Alcune fotografie e cartoline del paesaggio di guerra, sono utilizzate anche per propagandare i risultati di un’offensiva o sottolineare le distruzioni inferte al nemico.
Si organizza in questo modo un’operazione mediatica tesa a sostenere due tesi opposte: la difesa della nazione e l'offensiva per riconquistare il territorio perduto e sacro per la patria. Allo stesso tempo, la fotografia della distruzione del paesaggio viene utilizzata come un'arma per dimostrare agli avversari  l'ineluttabilità della vittoria finale o, in alcuni momenti della guerra, la necessità di giungere ad un compromesso di pace su un terreno più favorevole dal punto di vista geopolitico.
I due momenti della guerra, difesa e offensiva, convergono su un punto che rappresenta  uno degli aspetti più significativi della Grande Guerra: la sua lunga durata.
I tre strumenti per diffondere la distruzione del paesaggio sono la fotografia spontanea eseguita da soldati e ufficiali, quella pubblicata sulle riviste (le riviste utilizzano sia le fotografie spontanee, sia quelle realizzate dai servizi fotografici e cinematografici istituiti dagli eserciti), la cartolina illustrata che presenta livelli diversi di comunicazione.

Cartolina con fotomontaggio: il generale Joffre, capo dello stato maggiore francese e un paesaggio di guerra in cui i soldati riposano mentre Joffre vigila. La data 1914 evoca la vittoria nella prima battaglia della Marna.

venerdì 15 febbraio 2013

Gabriele D'Annunzio Fiume e l'inquietudine italiana del primo dopoguerra Terza parte D'Annunzio e Henri Barbusse

Sul numero 306, la rivista francese Le Miroir pubblicava la riproduzione fotografica di un messaggio di D'Annunzio al popolo francese, scritto il 22 settembre del 1919.
Le Miroir, N° 396, 1919L'appello di D'Annunzio al popolo francese.

  
Riportiamo qualche brano di questo testo in cui D'Annunzio lancia una sfida all'opinione pubblica europea: la scelta di guidare l'occupazione di Fiume è irreversibile e la sosterrà fino alla morte.
["Fratelli di Francia, sapete ciò che abbiamo fatto sotto l'ispirazione e la protezione del nostro Dio. La più italiana delle città d'Italia, più italiana di Verona o Pisa o di Perugia o di tutti gli altri insigni comuni, era perduta per noi sotto la minaccia di tutte le profanazioni e di tutte le violenze. Ero malato nel mio letto. Mi sono alzato per rispondere all'appello. Le forze non mi hanno mai abbandonato. Io e i miei compagni abbiamo obbedito allo spirito e attraverso di lui abbiamo superato tutti gli ostacoli e le miserie. Lo spirito ha compiuto il prodigio. In poche ore, senza colpo ferire, mi sono impadronito della città, del territorio, delle navi e di una parte della linea di armistizio. Le truppe inviate contro di me sono passate dalla mia parte con le loro armi...La bandiera è issata alla cima della volontà umana e sovrumana di soffrire, di lottare, di resistere..Sono deciso a tenere e difendere la città sino alla fine, con tutte le armi disponibili. Siamo pronti a morire di fame nelle strade, a farci seppellire dalla sue rovine, a bruciare nelle sue case incendiate, a fregarcene di qualunque minaccia, ad affrontare ridendo coraggiosi la morte più crudele. In questa condizione - e tutti i combattenti francesi lo sanno, a loro gloria - siamo invincibili... Coloro che in anni e anni di lutto hanno appeso corone alle statue delle città schiave. possono oggi condannarci? Fratelli di Francia non vi chiedo di venire in nostro soccorso per una causa che è tra le più belle del mondo. Il combattente che si è votato con ardore alla vostra nell'agosto del 1914, lo stesso che non si è allontanato dall'Ile-de-France se non per andare a predicare la guerra nel maggio del 1915. Lo stesso che ha sorvolato il fronte dell'Aisne nel settembre del 1914, vi saluta senza speranza o acrimonia, dall'alto della città assediata.22 settembre 1919]
Le Miroir, N° 306, 1919, firma di Gabriele D'Annunzio

Dal punto di vista fotografico, la pubblicazione sulle riviste di documenti di questo tipo amplifica il messaggio. L'appello ai francesi non resta così nella stretta cerchia di intellettuali e politici, ma raggiunge un numero di persone vasto. Non era una cosa nuova e già da tempo era iniziata la diffusione di documenti sotto forma di fotografie stampate sulle riviste.
Gabriele D'Annunzio non morirà a Fiume. Quando il governo Giolitti, succeduto a quello di Nitti, definito da D'Annunzio "cagoia", che aveva traccheggiato quasi un anno finendo così per far incancrenire una situazione densa di pericoli, decide di intervenire militarmente dopo la firma del Trattato di Rapallo, il poeta-duce si ritira in buon ordine e lascia morire pochi legionari. E' l'ultimo atto della carriera politica di D'Annunzio che si chiude in un esilio, rotto soltanto per dare un appoggio discontinuo al fascismo nella fase più acuta dello scontro di classe che sconvolge l'Italia tra la fine del 1920 e il 1922.
[Nel Trattato di Rapallo, stabilito tra Il regno d'Italia e il Regno di Jugoslavia, Fiume venne riconosciuta città libera, l'Italia ampliò i suoi confini includendo Trieste, Gorizia, Zara e l'Istria. Fu il Governo Giolitti a firmare il trattato, compiendo un gesto che contribuiva alla distensione in Europa. Il governo si impegnò a far sgomberare l'isola dai legionari fiumani che progressivamente avevano suscitato l'insofferenza della popolazione. Dopo il rifiuto di D'Annunzio di abbandonare la città, Giolitti ordinò all'esercito di intervenire. Fiume fu annessa all'Italia dal Primo governo Mussolini con il Trattato di Roma in cui, in un'ottica di amicizia e collaborazione economica con la Jugoslavia, la città fu divisa tra i due stati e Fiume divenne capoluogo di provincia. Gli Stati Uniti non parteciparono alla conferenza di Rapallo e sull'altra sponda dell'Atlantico era prevalso  da tempo, l'isolazionismo nei confronti dei problemi europei. ]
Le immagini del cosiddetto "natale di sangue", con il palazzo del governatorato e l'ufficio di D'Annunzio bombardati, sono la prova più chiara che tra gli italiani si sta aprendo un solco incolmabile. E', per alcuni, quella linea pericolosa che divide lo spirito dalla ragione di stato, dalla convenienza ad ottemperare gli obblighi presi a livello internazionale. Non è un caso che nella biografia di Mussolini, "Dux" di Margherita Sarfatti, a queste fotografie venga dato un risalto particolare. Esse sono la prova tangibile di un atto di guerra tra italiani, una situazione umiliante a cui il fascismo vittorioso metterà fine.
Da Dux di Margherita Sarfatti, pag 116. Le tragiche giornate di Fiume alla vigilia del Natale del 1920. Il ponte della Fiumara fatto saltare dai legionari. (Fot. Vaccari)


Da Dux di Margherita Sarfatti, pag 117. Giornate del Natale fiumano. Il Palazzo della Reggenza colpito dalle granate della nave Andrea Doria. (Fot. Vaccari)

Da Dux di Margherita Sarfatti, pag 119. Gli effetti del tiro della nave Andrea Doria sul Palazzo della Reggenza. La finestra della camera da lavoro del Comandante vista dall'esterno e dall'interno. (Fot. Vaccari)

Queste fotografie sono entrate nella storia d'Italia, vengono eseguite e mostrate in un momento particolare. A natale del 1920, quando da tempo si è esaurita la spinta popolare e di sinistra culminata con l'occupazione delle fabbriche, il fascismo sta diventando un movimento apertamente reazionario che lancia la sua violenta offensiva contro le organizzazioni e i militanti della classe operaia.
A Gabriele D'Annunzio, ai suoi proclami, alle invettive, all'appello agli istinti irrazionali, allo spirito evocato per rendere cosa mistica la città di Fiume, risponde, con largo anticipo di alcuni mesi (il documento è datato 1° aprile 1919), un intellettuale francese che si è arruolato volontario nel 1914. Pur malato, è stato in prima linea 16 mesi, è stato insignito con due decorazioni perché, come barelliere, si è impegnato in missioni pericolose e al suo ritorno nelle retrovie ha scritto un romanzo che ha vinto il prestigioso Prix Goncourt. Si tratta di Henri Barbusse, l'autore di "Il fuoco-diario di una squadra". Il romanzo di Barbusse è uno dei più violenti attacchi alla guerra, una denuncia senza confini ne limiti di tempo, un atto di verità per dire che in Europa si stava consumando solo un grande massacro e che i combattenti non erano altro che marionette in uno scenario in cui altri tenevano i fili dello spettacolo di morte.
Barbusse risponde a D'Annunzio sul giornale francese "Le populaire" e rimprovera al poeta soldato, il duce della riscossa contro la "vittoria mutilata", di non aver capito niente dei nuovi tempi.

Henri Barbusse
  
Il testo dell'articolo fa parte di una raccolta di scritti intitolata "Paroles d'un combattant-articles et discours 1917-1920", edito da Ernest Flammarion.
Paroles d'un combattant di Henri Barbusse, edizioni Flammarion

L'articolo riguardante le posizioni di Gabriele D'Annunzio


[Caro maestro vi abbiamo ammirato per la magnificenza della vostra opera di poeta...Dopo il cataclisma che, per quattro anni ha sfigurato l'Europa in  intere regioni e l'ha popolata di venti milioni di morti, la vostra voce si leva  di nuovo e il vostro lirismo si diffonde in questo scritto  che ho ricevuto da parte del "capitano Gabriele d'Annunzio". E' la stessa voce? Non credo...Perchè? Perché la vostra voce, mio caro maestro, la vostra voce che si armonizzava  con  al vasto dramma della realtà vivente,  non si accorda più  con il dramma  infinitamente vivente , anche lui, di cui il mondo  è oggi teatro. Essa non corrisponde più alla grandezza del dolore, della miseria e della speranza universale...Mentre affidate la vostra voce per cercare di dare alla lotta sanguinosa tra i popoli uno splendore che non ha, per resuscitare e difendere un onore militare che la guerra ha condannato e distrutto....Le conseguenze formidabili del conflitto supremo si riducono per voi a questioni di spartizione di bottino. Mentre cercate  faticosamente, per difendere la vostra tesi imperialista, degli accenti tragicomici in cui la vostra  ispirazione si dibatte maldestra, l'universo umano sta cambiando  interamente di anima e volontà. Questo immenso avvenimento vi sfugge ed è per questo che la vostra lirica suona vuota...Ammiriamo l'Italia, luce nei secoli, paradiso terrestre in cui la bellezza antica  è nata una seconda volta da quattrocento anni...Ma non c'è oggi, come credete, una causa italiana, una francese o una latina. Ci sono gli uomini; e gli interessi degli uomini sono contrari alla lotta fra gli interessi nazionali. Ci sono moltitudini che, sin dall'inizio dell'epoca viviamo sono diventati schiavi e che nonostante tutti i sofismi di linguaggio, facevano una guerra di cui altri approfittavano...Si parla di doppiezze , di promesse fatte all'Italia e non mantenute. E sia. Ma lo ripeto, una grande questione domina le piccole questioni e le fantasie diplomatiche. Se ci sono tradimenti e doppiezze, le vere sono quelle di chi si è reso colpevole verso i popoli per farli marciare gli uni contro gli altri. Li hanno riempiti di parole farsesche:  giustizia, diritto, liberazione universale, guerra definitiva alla guerra. I ciechi, di cui voi , poeta tribuno, di cui vi fate complice, invocano la pace universale per asservirla al loro profitto: si servono di grandi verità  che per garantire il loro possesso e restaurare la vecchia anarchia mondiale, piena di certezze di nuovi stermini...Colui che oggi non vede, ostinatamente, in modo stretto, che la sola causa del suo popolo su tutti, lo tradisce, perché lavora ai massacri  in cui questo popolo cadrà presto o tardi  insieme agli altri..."]
Concludendo questa carrellata incompleta e sommaria di un momento della crisi italiana del primo dopoguerra, ci pare di dover esprimere una considerazione. Le fotografie degli avvenimenti, quelle pubblicate su Le Miroir e quelle su Dux, furono viste in momenti diversi da milioni di persone e furono il segnale di un qualcosa che pochi capirono alla fine del 1920, e cioè che la partita della Prima Guerra Mondiale non si era conclusa. Si apriva in Europa un'altra fase in cui i semi maligni gettati anche attraverso le immagini che gli europei videro, sarebbero germogliati nel corso di venti anni generando un nuovo e terribile conflitto. Le parole di intellettuali come Henri Barbusse però non furono inutili: ispirarono l'antifascismo europeo che si batté in Spagna nel corso della guerra civile e in tutta Europa durante la Seconda Guerra Mondiale.