giovedì 5 marzo 2020

Lettere dalla Grande Guerra Margherita Del Nero Ultima lettera, 30 novembre 1918 La febbre spagnola


Nell'attuale emergenza per il Corona Virus può essere utile la testimonianza di mia nonna Margherita Del Nero contenuta nella sua ultima lettera al marito, Giuseppe Mizzoni.

Margherita Del Nero

Ultima lettera, 30 settembre 1918

Ultima lettera 30 settembre 1918

"Già forse saprai che a Veroli, come nei paesi d'intorno c'è l'influenza della febbre spagnola, solo nella parrocchia di San Paolo e Santa Croce ce ne sono cento... Alla farmacia c'è sempre folla, a Casamari muoiono dai 15 ai 20 al giorno. Ci va il macellaio di Veroli ad ammazzarci la vaccina apposta per la loro contrada. A casa  c'é Chiarina a letto e Maria, Coancetta è da cinque giorni malata ed abbastanza grave, sera prese la febbre anche a Vittorio, questa notte Tina l'ho tenuta con me, ma figurati che è stata continuamente a lagnarsi per la testa. Incomincia a dolere la testa le gambe e travaglio di stomaco, poi sopravviene la febbre che arriva a 42 gradi ed una forte debolezza da non poter reggere la testa dritta. Questa è una  malattia che richiede molta pulizia e sostentamento... Il dottore provinciale che è venuto in ispezione ha proibito la vendita di qualsiasi frutto ed erba cruda, ha abolito il pomodoro e consiglia di far uso di cibi sani, molta pulizia, aglio, cipolle, vino e qualche pasticca di chinino. Fino ad ora io sto bene però è una malattia che viene d'improvviso. Forse sarà esagerata la cura costante che ho per me e per la cara Milena e sper vivamente che Sant Antonio mi liberi, allo stato in cui sono...Iano ha trovato tutti a letto, poveretto!...Adesso si conosce la guerra e la vita quanto costa!...Son cose da impazzire. Tu pure abbiti riguardi assai e dimmi di che hai bisogno e scrivimi tutti i giorni. Mentre sono a termine la presente mi giunge notizia che Concetta è più grave…La nostra Milena dalla mattina alle 8 la sera alle 8 è affidata alle monache, perciò le cure sono scrupolose… "
La Febbre Spagnola uccise circa 50 milioni di persone in tutto il mondo, fra queste mia nonna Margherita Del Nero che morì il 10 ottobre 1918, undici giorni dopo aver scritto questa lettera che è l'ultima delle tante inviate a suo marito Giuseppe Mizzoni, al fronte sin dal 1915.  La figlia Milena, mia madre, fu affidata alle suore che la tennero in collegio dopo la morte di Margherita e anche dopo il ritorno del padre dalla guerra.

Atto di morte di Margherita Del Nero

La Spagnola uccise più persone al mondo della Peste Nera del Trecento, quella raccontata nel Decamerone di Giovanni Boccaccio, ed è considerata come un vero e proprio "olocausto" della medicina. Il virus della spagnola non era molto diverso da quello di precedenti influenze, ma la sua particolare aggressività si manifestò per condizioni particolari in cui si trovava l'umanità tra il 1917 e il 1919: la prima guerra mondiale che durava da quattro anni, la sottonutrizione, la mancanza assoluta di prevenzione, l'inefficienza degli apparti medici e ultimo aspetto, ma molto importante, il silenzio che gravò sull'epidemia da parte delle autorità civili e militari che temevano un effetto depressivo sulle popolazioni europee coinvolte nel conflitto mondiale. La lettera di Margherita Del Nero contiene tutti questi elementi e ciò che balza evidente a chi legge è l'assoluta inadeguatezza delle prescrizioni mediche:
"Il dottore provinciale che è venuto in ispezione ha proibito la vendita di qualsiasi frutto ed erba cruda, ha abolito il pomodoro e consiglia di far uso di cibi sani, molta pulizia, aglio, cipolle, vino e qualche pasticca di chinino."
A quel tempo non esistevano vaccini antinfluenzali e la ricerca sarebbe iniziata dopo l'esaurimento dell'epidemia, non c'erano antibiotici, non c'erano insomma tutti quei farmaci che oggi abbiamo e che stiamo utilizzando per combattere l'attuale Corona Virus. Questo fatto dovrebbe anche indurre a qualche riflessione su quanto ci separa, in termini di progresso scientifico, dal tempo in cui morì Margherita Del Nero.
Margherita contrasse la malattia assistendo sua sorella Concetta e i nipoti Vittorio e Tina che invece si salvarono, è probabile che non avesse preso molte precauzioni contro gli starnuti  e i colpi di tosse delle persone ammalate. Anche questo aspetto è indicativo dello spazio culturale e scientifico che oggi ci separa dalla Spagnola.

Fotomontaggio eseguito dall'autore a partire da una pagina della rivista francese Le Miroir del 1919
Nell'ultima lettera di Margherita c'é una frase che è necessario richiamare.
"Adesso si conosce la guerra e la vita quanto costa!..."
Spesso nelle sue lettere ha espresso giudizi molto negativi sulla guerra che le ha portato via il marito e, visto che è una donna che legge i giornali, informa su gli avvenimenti che l'hanno colpita di più, come ad esempio la Battaglia di Verdun del 1916. Riferisce al marito anche notizie sul costante aumento del costo della vita e su quello che pensa la gente.
Nell'estate del 1917 anche a Veroli si manifesta, come in molte altre parti d'Italia, l'insofferenza della gente contro una crescente miseria e una guerra che non finisce. Alla fine di agosto Margherita scrive:   
"30 agosto 1917
Son diversi giorni che a Veroli manca il pane, ieri, se non era Peppinuccio il tuo cugino, che mi dava un pezzo di pane non si poteva mangiare, ed anzi per me direttamente è nulla in confronta a tante misere famiglie. Ieri sera arrivarono 90 quintali di farina, con un commissario, mandato dal sottoprefetto di Frosinone il quale richiuse la farina in un magazzino dicendo che non c'era ordine di venderla, ma di fare le tessere personali di 260 grammi di farina al giorno per ogni persona. Tutti i capi di ogni famiglia sono dovuti andare a sottoscriversi dichiarando quante persone sono in famiglia e si rilascia loro un bono per 7 giorni di farina. Siamo andate io, e tua madre al commissario (che è un imbecille napoletano) essa ha dichiarato 7 persone (compreso i sposi) ed io ho fatto segnare il tuo nome dicendo di essere tre; volevano farmi eccezione dicendo che tu sei in guerra; io ho subito detto: Se ci fosse mio marito saremmo quattro, ho la donna di servizio. Questo l'ho fatto sia per fare un po' di pasta e sia perché non posso vedere se dovesse mancare. Come questa gente si approfitta che non ci sono gli uomini....ad una povera donna che ha il marito al fronte e cinque figli, per lagnarsi che con quella poca farina non sapeva cosa farne, ha avuto come risposta dal commissario: falli arrosto i tuoi figli e prestamene un pezzo a me. Però bisogna che si è chiuso dentro che la folla, (tutte donne) volevano farlo in pezzi....Ecco le conseguenze della guerra...Davvero sarebbe ora di finirla non se ne può più..."
Sulla Spagnola scese un silenzio che può spiegarsi solo con il tentativo di far dimenticare e di dimenticare questo grande dramma, non c'è sulla Spagnola un grande romanzo come "La peste" di Albert Camus e questa epidemia fu confusa con il dramma più generale della Prima Guerra Mondiale. In Italia i morti di influenza furono più o meno uguali a quelli dei soldati caduti in guerra: 600.000. Tra le tante donne giovani e che aspettavano un bambino c'era anche Margherita Del Nero.


martedì 4 febbraio 2020

Spagna 1936 Il funerale di Buenaventura Durruti



Il 1 agosto del 1936 la rivista francese "Le Miroir du Monde", N° 335, pubblica il primo servizio fotografico su ciò che sta avvenendo in Spagna dopo il sollevamento dei generali contro la Repubblica Spagnola, avvenuto il 17 luglio. Dalle fotografie e dall'articolo che le accompagna si comprende che in Spagna sono iniziate non solo una guerra civile e una rivoluzione, ma che la lotta sarà lunga. L'autore dell'articolo racconta il suo viaggio da Madrid sino alla frontiera francese in una terra sconvolta dalla violenza, in cui si scatena un odio represso da troppo tempo. Il giornalista, Louis Dorca, sembra sinceramente scosso dalla violenza che contrappone le due parti in lotta e altrettanto spaventato dal modo con cui il popolo ha risposto alla ribellione dei militari, anche se confessa di non aver visto tutto quello ciò che descrive.
Alcune fra le fotografie che accompagnano la cronaca di Dorca, sono entrate a far parte della storia europea della prima metà del Novecento e su una, in particolare, concentreremo la nostra attenzione.

Le Miroir du Monde del 1 agosto 1936, N° 335.
La fotografia è quella in alto a sinistra: mostra in primo piano un uomo che all'epoca degli avvenimenti è già entrato nella leggenda. Stiamo parlando dell'anarchico Buenaventura Durruti.

Didascalia
Durruti (al centro) capo dei miliziani inviati da Barcellona per riprendere Saragozza ai ribelli
La serietà del volto di Durruti fa da contrasto con la spavalderia dell'altro miliziano con la sigaretta fra le labbra. E' come se Durruti stesse riflettendo su ciò che aspetta, lui e i suoi compagni, quando entreranno in contatto con il nemico mortale che vuole distruggere la Spagna repubblicana uscita dalle elezioni politiche del 16 febbraio 1936.  Hanno portato al governo l'alleanza di sinistra del  Fronte Popolare con un programma di vaste e radicali riforme che ha acceso molte speranze nelle classi subalterne spagnole. Durruti non crede nella democrazia parlamentare: è un comunista libertario e per tutta la sua vita ha lottato per l'avvento dell'anarchia, ma subito si è schierato in difesa della Repubblica ed ha guidato l'insurrezione di Barcellona contro i golpisti. Osserviamo ancora il volto di quest'uomo: non è quello di un intellettuale, è il viso di un operaio meccanico segnato da una vita che lo ha portato in giro per il mondo compiendo attentati, azioni di copertura armata durante gli scioperi, rapine per finanziare la lotta degli anarchici il cui fine non è l'arricchimento personale o del movimento politico, ma al contrario la liberazione del popolo dalla schiavitù semifeudale della Spagna e dall'ignoranza. I soldi delle banche rapinate serviranno per organizzare biblioteche popolari circolanti. Durruti  negli anni precedenti la guerra civile non ha lavorato da solo: ha costituito il gruppo dei "Los Solidarios" insieme a Francisco Ascaso, Gregorio Jovier, Garcia Oliver e altri (Durruti, Ascaso e Oliver vengono anche definiti I tre Moschettieri). Proteggono con le armi gli scioperi e le manifestazioni di piazza dei lavoratori spagnoli, colpiti all'inizio degli anni venti (in Spagna c'é una dittatura militare capeggiata da Miguel Primo de Rivera che si ispira al fascismo italiano) da una repressione durissima in cui hanno un ruolo i Pistoleros, gruppi armati finanziati dagli imprenditori per eliminare i dirigenti del movimento sindacale anarchico che in Spagna e soprattutto a Barcellona è diventato un vero movimento di massa. Nel luglio del 1936, a Barcellona, Buenaventura Durruti ha guidato l'insurrezione contro il golpe dei generali e ora rappresenta l'anima popolare dell'anarchismo iberico che dovrà confrontarsi con gli altri partiti antifascisti e con i problemi posti dalla contemporaneità della guerra contro l'esercito ribelle, composto da soldati addestrati a combattere e guidato da ufficiali che hanno alle spalle la guerra in Marocco, e la rivoluzione sociale. Un movimento spontaneo che scoppia all'indomani del golpe e si estende in tutte le regioni rimaste fedeli al governo repubblicano, sfuggendo spesso al controllo delle forze politiche della sinistra tradizionale e moderata (i comunisti in questo momento sono un piccolo partito che non ha una grande influenza politica). Le milizie costituite dai diversi partiti e movimenti antifascisti spagnoli, sono la forza militare di un esercito popolare nato spontaneamente e male armato che si scontra con quello di Francisco Franco, equipaggiato con armi moderne e sostenuto, da subito, in modo massiccio dal fascismo italiano e tedesco che inviano in Spagna uomini, aerei, carri armati e rifornimenti di carburante.

Didascalia:
Proteggendosi dietro i cadaveri dei cavalli le guardie d'assalto sparano nelle strade di Barcellona
Le fotografie pubblicate da "Le Miroir du Monde" attestano che in Europa ora c'è una guerra in corso. Dopo la presa del potere in Germania del Nazionalsocialismo non sono pochi a credere che un'altra guerra in Europa sia alle porte e queste fotografie, giunte alla rivista dal circuito internazionale delle agenzie di stampa, dimostrano che la lotta tra fascismo e antifascismo sta diventando un fatto internazionale che va al di là dei confini dei singoli stati. La Guerra di Spagna sarà il prologo della Seconda Guerra Mondiale. E in questo momento i protagonisti dell'antifascismo europeo sono i partiti di sinistra, fra cui i comunisti che hanno un ruolo importante per il loro legame all'Unione Sovietica, e in Spagna gli anarchici. La lotta al fascismo, unita alla rivoluzione sociale, fa paura alle classi dirigenti europee liberali e borghesi che nella crisi spagnola si trincerano dietro la formula del "non intervento". La Francia e il Regno Unito non interverranno e la Repubblica viene lasciata sola a combattere il fascismo internazionale. Ciò che sta accadendo in Spagna in quei caldi mesi del 1936 fa paura non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello culturale. Nell'articolo di Louis Dorca colpisce un passaggio che può essere associato ad una delle fotografie pubblicate nel servizio.
"A Barcellona, i prigionieri ribelli [militari che hanno aderito al golpe, nda] non sono stati trattati meglio. Ho visto brutalizzarne molti e con dolore debbo riconoscere che le donne, letteralmente ubriache di furore e di sangue si accanivano molto più degli uomini sugli avversari vinti."

Didascalia
Con ardore marziale le donne collaborano alla lotta
Questa fotografia, oggi pubblicata su tanti libri di storia del Novecento, è uno dei simboli della rivoluzione spagnola del 1936 e per la sua notorietà è paragonabile a quella del miliziano colpito a morte eseguita da Robert Capa. Queste donne che marciano insieme agli uomini con il fucile in spalla simboleggiano la caduta di tutti gli antichi vincoli che avevano incatenato la donna al suo ruolo tradizionale. Gli abiti maschili, il sorriso e la determinazione che si leggono sul volto delle tre ragazze, ora uguali tra gli uomini armati, è qualcosa che gli europei non sono abituati a vedere. Il ricordo della rivoluzione francese con le stampe e gravures che mostrano donne armate di picche evoca un fatto lontano, al contrario questa fotografia nella sua immediatezza dice ai contemporanei che tutto può cambiare e in modo irreversibile. I nemici di questo cambiamento sono forti, potenti economicamente, organizzati a livello mondiale e decisi a sbarrare il passo ad una rivoluzione sociale e politica dagli esiti imprevedibili. Quella dei generali ribelli sarà per questo una "crociata" di morte e terrore. E Durruti lo sa: consiglia determinazione, ma anche prudenza e cerca di essere unitario con gli altri partiti della sinistra e le loro organizzazioni militari. Non tutti all'interno delle milizie anarchiche condividono il suo spirito collaborativo: il dilemma tra vincere la guerra contro i fascisti e contemporaneamente fare la rivoluzione, dicono, potrebbe portare alla fine della rivoluzione con il ritorno ad un democrazia borghese. E' questo il problema dei problemi che in momenti cruciali della storia novecentesca ha diviso la sinistra e favorito il prevalere delle forze moderate. In Spagna le divisioni giocano a favore del fascismo. Da Saragozza, che non è riuscito a strappare ai fascisti, Durruti va a Madrid per sostenere la difesa della capitale e qui, il 20 novembre, trova la morte. La morte di Durruti ha diviso la sinistra perché le cause non sono state mai chiarite. Ucciso da un cecchino nazionalista? Ucciso dai comunisti perché era un personaggio troppo scomodo? Ucciso da un membro di una fazione anarchica perché troppo unitario verso i partiti repubblicani? Ucciso per un colpo partito incidentalmente? E' probabile che quest'ultima sia la causa della sua morte, è certo che con la scomparsa di Durruti il movimento anarchico spagnolo subisce un colpo fortissimo che determina anche il futuro della guerra civile e della rivoluzione spagnola.
Il funerale di Buenaventura Durruti fu un evento al quale parteciparono a Barcellona il 22 novembre migliaia e migliaia di persone, fu tale la partecipazione che la sepoltura venne rinviata al giorno dopo perché, anche a causa di una pioggia battente, si era creata un'indescrivibile confusione nel cimitero di Montjuic. Sul web è possibile oggi trovare le fotografie eseguite nel corso di quella che divenne una vera e propria manifestazione di massa per salutare colui che su uno striscione veniva definito come il "gigante della rivoluzione".

Un momento dei funerali di Buenaventura Durruti, la fotografia è tratta
dalla rivista Storia Illustrata dell'ottobre 1973, N° 191
Sul funerale di Buenaventura Durruti, ma anche sulla sua vita e sulla vicenda dell'anarchismo in Spagna e della guerra civile, esiste un libro di grande interesse recentemente ripubblicato in Italia dalla Casa Editrice Feltrinelli. Si tratta di "Breve estate dell'anarchia. Vita e morte di Buenaventura Durruti" di Hans Magnus Enzenberger. Il libro di  Enzenberger racconta la storia del rivoluzionario anarchico attraverso le voci di chi lo ha conosciuto ed ha lottato insieme a lui: si tratta di un racconto corale che affascina sin dalle prime pagine e si fa letteralmente divorare dal lettore. Inizia con un "prologo" in cui Hanns-Erich Kaminski, giornalista tedesco vicino al movimento anarchico e in Spagna durante la guerra civile, racconta i funerali di Durruti in un famoso libro intitolato "Quelli di Barcellona" (Parigi, 1937). Enzenberger apre il suo racconto su Durruti con i funerali, riportando ciò che Kaminski vide partecipando a questa grande manifestazione di massa.
"Alle dieci e mezza, coperto da una bandiera rossa e nera, lasciò la casa degli anarchici sulle spalle dei miliziani della sua colonna. Le masse alzarono il pugno per l'ultimo saluto. Si intonò il canto anarchico Figli del Popolo. Fu un momento commovente."
Il funerale prosegue in mezzo ad una grande confusione.
"Almeno mezz'ora trascorse prima che si potesse liberare la via e che il corteo potesse muoversi. Parecchie ore passarono prima che esso raggiungesse la Plaza de Cataluña, distante appena qualche centinaio di metri...No, non erano funerali regali, erano funerali popolari. Nulla in essi era ordinato, tutto avveniva spontaneamente, in modo improvvisato. Erano funerali anarchici, ecco la loro maestà! Talvolta bizzarri, essi restano per sempre grandiosi, di una grandiosità strana e lugubre."
Il corteo raggiunge la Colonna di Cristoforo Colombo, dove Francisco Ascaso, amico di Durruti, era stato ucciso nei combattimenti il 20 luglio 1936 e prendono la parola Garcia Oliver, unico superstite dei tre amici, il console russo e il Presidente della Generalidad (parlamento catalano), Lluìs Companys.
"Era previsto che i corteo si sarebbe sciolto dopo i discorsi e che soltanto alcuni amici avrebbero accompagnato il feretro fino al cimitero. Ma fu impossibile seguire il programma. Le masse non se ne andavano: avevano già occupato il cimitero, sbarravano la strada che conduceva alla tomba. Era tanto più difficile avvicinarsi, in quanto tutti i viali del cimitero erano resi impraticabili da migliaia di corone. Scendeva la notte. Ricominciava a piovere. Ben presto l'acqua cadde a dirotto e il cimitero si trasformò in un campo fangoso  dove i fiori annegavano...Soltanto il giorno dopo Durruti fu sotterrato." [da La breve estate dell'anarchia. Vita e morte di Buenaventura Durruti. Di H. Magnus Enzenberger. Feltrinelli. Universale economica, 2018]
Il funerale di Durruti fu l'ultima grande manifestazione di massa degli anarchici, si può dire a livello mondiale. Le cose poi cambiarono e prevalsero le divisioni che portarono a drammatiche fratture all'interno del fronte repubblicano. Ma la lotta degli spagnoli contro il fascismo e la partecipazione a questa di volontari da tutte le nazioni, riuniti nelle Brigate Internazionali, fecero della Guerra Civile Spagnola il primo momento della Resistenza europea contro il nazifascismo.

lunedì 27 gennaio 2020

L'immagine della lotta politica e della guerra nel Novecento


Premessa
Gli autori di questo blog sentono il bisogno di estendere lo sguardo oltre la Prima Guerra Mondiale, per questo i prossimi post esamineranno il periodo compreso tra le due guerra mondiali che oggi viene considerato da molti storici come un interludio in un unica guerra che alcuni considerano "civile" fra europei. Oggi, 27 gennaio 2020, giorno della Memoria dello sterminio degli ebrei in Europa,  presentiamo un documentario che riguarda un episodio della deportazione politica nella Francia del 1944. Mentre il potere nazista in Europa veniva attaccato in Normandia e in Provenza dalle truppe alleate, mentre ad Est l'esercito dell'Unione Sovietica avanzava nel territorio dell'URSS devastato dai nazisti che avevano perpetrato stermini di massa ai danni della popolazione civile e delle comunità ebraiche, un treno con circa 700 prigionieri politici, in gran parte antifascisti spagnoli, ma anche con 50 italiani che negli anni della dittatura avevano lottato contro il fascismo fuori dalla loro nazione, partì da Tolosa per compiere un giro lunghissimo che aveva come destinazione il campo di sterminio di Dachau. La storia di questo viaggio verso la morte venne raccontata da un antifascista italiano, Francesco Fausto Nitti, nipote del Presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, in un libro intitolato "Chevayx 8 Hommes 70". Nittti riuscì a salvarsi con una disperata evasione dal treno in corsa, si unì alla Resistenza Francese (era stato ufficiale nell'Esercito Repubblicano Spagnolo) e continuò la lotta. "Chevayx 8 Hommes 70" è stato recentemente ripubblicato in Francia dalla Casa editrice Mare Nostrum.

domenica 9 dicembre 2018

martedì 4 dicembre 2018

"La seconda vita".


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  " La seconda vita" è il titolo di un volume, pubblicato quest'anno per le Edizioni Atelier Grafico (Schio), da Giacomo Molon e Giovanni Dalle Fusine, sull'arte e artigianato di trincea della Grande Guerra: è la "seconda vita" dei materiali fabbricati per uccidere, sotto forma di bombe e proiettili, e "piegati" successivamente ad uso pacifico dalle abili mani di soldati-artigiani, che ne ricavarono oggetti di uso quotidiano (come gli accendini), gioielli (anelli e bracciali) e altri souvenir (come i tagliacarte) o bossoli lavorati, spesso di grande bellezza e ispirati all'Art nouveau.
   Il merito del volume, che è un'ampia illustrazione della tipologia, degli scopi, delle tecniche di lavorazione e della destinazione d'uso di tali manufatti,  è in particolare quello di essere l'unica pubblicazione in italiano sull'artigianato di trincea che ha origine sul Fronte italo-austroungarico: la maggior parte dei libri (in francese, inglese, tedesco) si riferisce ad oggetti provenienti dal Fronte occidentale franco-anglo-tedesco o orientale russo-tedesco.
  In questo caso si tratta di una collezione iniziata dal padre di uno degli autori, Antonio Molon, e proseguita dal figlio Giacomo.
   L'interesse per la Trench Art (come viene definito l'artigianato di trincea nel mondo anglosassone) è nato per certi collezionisti dalla presenza nella famiglia di un nonno o altro parente, soldato nella Grande Guerra e autore di qualche oggetto: nel caso di Giacomo Molon, dalla circostanza dell' incontro personale con la venditrice in rete di un tagliacarte di fabbricazione sicuramente italiana. 
  L'approfondirsi dell'interesse per questi oggetti e la collaborazione con il giornalista Giovanni Dalle Fusine hanno prodotto questo volume, che si può considerare non solo una fonte di informazione ma anche un contributo importante allo sforzo di conservazione della memoria  (che speriamo non si esaurisca con il Centenario!) di quella immane tragedia che fu la Grande Guerra e un omaggio a chi visse e soffrì in essa.
  Il volume, corredato da molte fotografie e dettagliate didascalie, è articolato in otto capitoli, che illustrano
lo scenario della guerra in cui si sviluppò l'attività dei soldati artigiani (di cui si hanno accenni nella diaristica, nelle lettere e in varie opere letterarie),  lavori artigianali e quelli artistici, la classificazione, i materiali e le tecniche di lavorazione, qualche "storia".
  A chi non è interessato alla cultura materiale e, in questo caso, ad un aspetto della quotidianità dei soldati della Grande Guerra, gli oggetti che Molon e Dalle Fusine illustrano (e che sono presenti in tutti i Musei specializzati) possono sembrare di cattivo gusto, brutti o banali: in realtà, sono frammenti di esistenza, spesso rivelati da iscrizioni rievocative con nomi, luoghi e date (una sorta di ex-voto per lo scampato pericolo), di coloro che, scaraventati in trincea e privati degli affetti, hanno cercato di fissare la propria terribile esperienza e di mantenere i legami con il proprio recente vissuto, affidando a piccoli oggetti la volontà di non interrompere le relazioni con il mondo di "prima".

Alida Caligaris - 4.12-2018




mercoledì 7 novembre 2018

Le Miroir 11 novembre 1918, numero 259



La Prima Guerra Mondiale termina il giorno 11 novembre 1918, alle 11 del mattino, e sembra che uno strano silenzio si sia diffuso sul Fronte Occidentale, sorprendendo gli stessi soldati: era il tacere delle armi, quella pace che tutti gli europei da tanto tempo attendevano.
La rivista francese Le Miroir, che dall'estate 1914 ha raccontato la guerra soltanto attraverso fotografie (le illustrazioni di tipo pittorico sono rare), non smentisce la sua vocazione al sensazionalismo con una fotografia che vuole essere il simbolo della vittoria: un soldato tedesco giace accartocciato in una fossa con accanto la sua arma, ormai inutile. Può darsi che questa fotografia sia stata realizzata nei mesi precedenti all'11 novembre, ma non importa. Ciò che conta è che il cadavere del nemico viene mostrato come un trofeo e dimostrazione tangibile della vittoria: la guerra più distruttrice della storia, è vinta.
Così leggiamo nella didascalia:
"Un mitragliere tedesco ucciso da un proiettile che ha distrutto anche la sua mitragliatrice. Rincorse dalle armate alleate vittoriose, le divisioni tedesche si sforzano invano di raggrupparsi su un nuovo fronte, lasciando alle compagnie dei mitraglieri il compito di coprire la loro ritirata."
Sono in molti tra i soldati e gli ufficiali tedeschi a non sentirsi vinti e se qualcuno di essi avrà osservato la copertina della rivista, avrà pensato che prima o poi dovrà scattare l'ora della rivincita. Cosa che avverrà 21 anni dopo, nel 1939.
Altre fotografie contenute in questo numero sono significative di ciò che si verificherà nei mesi e negli anni successivi.
Nella pagina centrale ci sono i soldati vittoriosi dell'esercito britannico, si tratta di una brigata della Quarantottesima Divisione che ha contribuito allo sfondamento della Linea Hindemburg.

Questi uomini sanno di aver vinto la guerra e che tra pochi giorni si aprirà un altro capitolo della loro vita; essi non dimenticheranno mai i momenti tragici che hanno vissuto e se riusciranno ad invecchiare i loro pensieri andranno sempre a chi non ce l'ha fatta, a chi è rimasto ucciso sul campo o nelle trincee. Il ricordo dell'esperienza della guerra segnerà le loro vite e la cultura del Novecento. Per il momento sono contenti e pensano di tornare presto a casa, qualcuno di essi morirà prima di questo 11 novembre. Cosa fare di questi uomini? E' il grande problema del dopoguerra: il ritorno nelle fabbriche, nei campi, nelle scuole e università sarà difficile e lento. Non sarà facile ritornare a vivere dopo aver vissuto un lungo periodo con la morte sempre accanto. Il turbamento psicologico generato dagli anni della guerra industriale, segnerà un'umanità profondamente cambiata.

Un'altra fotografia mostra le distruzioni che la guerra lascia dietro di se. La cattedrale di Saint-Quentin è tra le più antiche di Francia e dall'immagine sembra che in parte sia stata risparmiata dalle bombe, ma ha subito un oltraggio di altro genere. Nella didascalia leggiamo:
"Raymond Poincaré visita le rovine della Cattedrale. Durante la sua visita a Saint-Quentin, il presidente della Repubblica, accompagnato dal Prefetto e dai rappresentanti dell'Aisne, è andato a visitare la Cattedrale, che è stata profanata da un sermone oltraggioso, pronunciato in tedesco, sotto le volte gotiche, da cardinale Hartmann, arcivescovo di Colonia..."
Torna in queste parole il conflitto di civiltà di cui è stata impregnata questa guerra e si prefigura l'idea della colpa tedesca per un conflitto di così grave portata e di cui le responsabilità non sono così facili da individuare. Le idee di "trionfo della civiltà" e di "barbarie tedesca" peseranno non poco sulle trattative di pace e sugli anni che seguiranno la Prima Guerra Mondiale.

Una veduta di Aleppo, in Siria, occupata dalle truppe britanniche. L'Impero Ottomano, alleato dei tedeschi, si avvia verso la dissoluzione. La didascalia sottolinea l'importanza di Aleppo
"La mattina del 26 ottobre, la cavalleria britannica insieme alle auto blindate ha occupato Aleppo, dopo aver superato una debole resistenza dell'esercito turco, che continua a ritirarsi davanti alle truppe del generale Marschall. Aleppo è a 310 chilometri a nord di Damasco e conta più di 200.000 abitanti. Dal punto di vista militare, la vicinanza dell'Eufrate, al quale il genio tedesco l'ha collegata per ferrovia, la facevano una base di rifornimento per l'esercito turco."
Dopo trattative durate quasi in anno, 1915-1916, l'accordo segreto passato alla storia come "Sykes-Picot", dai cognomi dei diplomatici, il primo britannico e il secondo francese, aveva sancito la spartizione delle rispettive aree di influenza nel Medio Oriente in caso di vittoria. Aleppo era nella zona francese. L'accordo "Sykes-Picot" era uno dei tanti trattati segreti  che vennero stipulati nel corso della guerra e che, al di là dei proclami e delle frasi ad effetto, nascondevano una voracità senza limiti sulle risorse energetiche di una vasta area del pianeta. Gli effetti di questo accordo si fanno sentire ancora oggi nelle attuali guerre in Medio Oriente.
Nelle quattro fotografie che abbiamo pubblicato si possono intravedere i temi che saranno oggetto di instabilità negli anni a venire e che influenzeranno la politica mondiale sino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
I redattori di Le Miroir impaginando il numero dell'11 novembre 1918, forse non potevano saperlo e volevano soltanto mostrare come la fine di un così grande massacro fosse punteggiato da alcune immagini significative della conclusione di incubo. Oppure se lo sapevano, tacevano a loro stessi e ai lettori.



   

mercoledì 3 gennaio 2018

Piccolo Museo della Prima Guerra Mondiale fotografie,illustrazioni e oggetti.

Sala tre
La guerra illustrata

Gli anni che precedettero la Prima Guerra Mondiale furono caratterizzati da un intenso sperimentalismo nel campo delle arti visive. Lo sconvolgimento nelle coscienze prodotto dalla guerra accentuò il movimento delle avanguardie artistiche, ma nella rappresentazione pittorica e illustrata sulle riviste e gli organi di informazione compresi tra il 1914 e il 1918, non troviamo nulla di tutto questo. Anzi, le necessità della propaganda accentuarono lo stile accademico  con cui venne proposta una guerra ben diversa da quelle che l'avevano preceduta e il punto di riferimento rimase lo stile dell'epica  napoleonica. Mentre la fotografia si imponeva come il media più diretto per rappresentare la condizione dei soldati al fronte, gli illustratori offrivano un'immagine eroica dei combattimenti che non era riconosciuta dai soldati. Nelle quattro immagini della terza sala di questo piccolo museo immaginario, alcuni esempi sula funzione dell'illustrazione pittorica durante la guerra: 1°-mostrare ciò che la fotografia non riesce ancora a cogliere, ad esempio la dinamicità del combattimento con i soldati della propria nazione sempre all'offensiva; 2°-mostrare gli effetti apocalittici del bombardamento notturno; 3°- raccontare le imprese aviatorie; 4°-illustrare e pubblicizzare prodotti industriali e di consumo che la guerra mette a disposizione dei combattenti. E' bene precisare che la fotografia nel corso di questa guerra industriale e avvertita come interminabile, riuscirà a raccontare la dinamicità delle offensive, il combattimento notturno e i duelli aerei.   

Combattimento con soldati tedeschi in un bosco distrutto dai bombardamenti. Dalla rivista tedesca Illustrierte Oefchichte des Weltkrieges, 1916.


Visione notturna di un bombardamento sulla linea del fronte. Dalla rivista francese Panorama de la guerre, 1915.

Gabriele D'Annunzio dall'aeroplano lancia manifestini patriottici su Trieste nel 1915. Dalla rivista italiana La Domenica del Corriere, 1915.


Pubblicità della penna stilografica Parker trasformata in una mitragliatrice. Dalla rivista L'Illustrazione italiana.