domenica 22 aprile 2012

1914-1918 La violenza rappresentata Seconda parte

La violenza nell’occhio fotografico: la distruzione del paesaggio.
Sin dal suo nascere la fotografia indaga sul paesaggio che si offre all’occhio dell’umanità. Il paesaggio diventata non solo uno dei temi principali della fotografia, ma un genere che assume una tale importanza da essere presente in tutti gli appuntamenti che i fotografi prima e l’industria fotografica poi, si danno per fare il punto dei progressi compiuti in quella che diventa una vera e propria catalogazione del pianeta.
[E’ un processo storico e culturale dettato anche da interessi militari, commerciali e culturali: ad esempio le conquiste coloniali, la corsa all’Ovest negli Stati Uniti d’America, la riscoperta delle grandi civiltà del passato]
Non solo si dedicano appositi concorsi al paesaggio, ma fioriscono riviste sui temi specifici della ripresa sul mare, sui monti, in campagna. Nei diversi manuali di fotografia il paesaggio occupa un posto a se stante, in cui vengono fissate regole di ripresa e modalità di esposizione.
Un paesaggio formato carte del visite. Faro di Corbiere, Isola di Jersey, 1860-1865, Studio Godfray, stampa all’albumina



La fotografia della Prima Guerra Mondiale non abbandona il genere paesaggio, ne accentua anzi il suo aspetto drammatico. In effetti, si può dire che in questo caso la definizione potrebbe essere quella di una nuova fotografia che rappresenta non solo la distruzione del paesaggio, ma la sua scomposizione in vista di un’ulteriore ricomposizione.
Due fotografie pubblicate dal settimanale Le Miroir in cui si coglie un bombardamento osservato da una trincea, non c’è la certezza che siano state eseguite sulla linea del fronte.



Si tratta spesso di una fotografia spontanea, ripresa cioè dai soldati che dalle trincee osservano la terra di nessuno, e di una fotografia guidata dall’interesse politico e militare di mostrare la propria terra devastata dalla furia del nemico e quindi, da riconquistare.


1917, Album di Edmond, dalla prima linea belga si fotografa la prima linea tedesca





Dalla trincea si osserva il deserto creato dalle potenti artiglierie e i soldati guardano questo deserto che produce in loro quello stato d’animo che i francesi hanno definirono “cafard”: sgomento, malinconia depressiva, rimpianto di un mondo perduto e mai più recuperabile, nostalgia della propria casa e degli affetti famigliari. Pensiamo soltanto alle cartoline illustrate che a milioni riproducono fondali con paesaggi agresti e giardini di cartapesta in cui si ambientano incontri amorosi.


Cartolina illustrata francese spedita nell’ottobre del 1915






Si tratta di una violenza che lascia ferite profonde tra i combattenti della Prima Guerra Mondiale, forse altrettanto gravi e durature di quelle della visione della morte nei corpi dei compagni uccisi o in quelli dei soldati nemici che marciscono nei campi ed emanano l’insopportabile odore della decomposizione.

Le Pays de France, 1917: cadaveri di soldati tedeschi lungo un sentiero fangoso



Numerose fotografie mostrano soldati in momenti di pausa della loro esperienza al fronte: sono eseguite in luoghi limitrofi agli ospedali militari, nelle retrovie o negli accantonamenti. Questi uomini si fanno fotografare immersi nel paesaggio di terre, torrenti e luoghi ancora intatti e non contaminati dalla guerra.
Anonimo fotografo francese, due ufficiali posano sul bordo di uno stagno. Lastra fotografica N° 168, realizzata in data imprecisa negli anni compresi tra il 1914 e il 1915, nei pressi di un ospedale militare in Normandia



E’ come se si volesse esorcizzare la morte della terra che i soldati-contadini osservano dai ripari in cui sono costretti a vivere e a morire.

Le Pays de France, soldati francesi fotografati dall’alto all’interno di una trincea






Questo paesaggio violato, questa terra sconvolta, questo deserto di putrescenza non fa altro che rendere visibile e palpabile ciò che si è diffuso negli anni precedenti al conflitto: un grande pessimismo sulle sorti dell’umanità, la paura della decadenza che avrebbe coinvolto non solo gli uomini, ma anche le cose. E per cose s’intendevano i campi di grano fiorenti, le foreste oscure e immutabili, i villaggi e le reliquie del passato costruite con un lavoro incessante durato secoli. Tutte cose che negli anni precedenti al conflitto vengono fotografate e diffuse nel quadro di una sempre crescente modernizzazione della società europea.

Le Pays de France. Belgio: la foresta di Houthulst per come si presentava nel 1917, nei decenni successivi la foresta è ricresciuta, ma c’è ancora una zona del bosco in cui è vietato l’accesso per il rischio di incontrare proiettili inesplosi e bombe contenenti gas tossici.



La rappresentazione del paesaggio violato e scomposto pubblicata sulle riviste è un altro aspetto di quell’abitudine alla violenza che avrebbe caratterizzato il periodo successivo alla Grande Guerra e che, per contrasto, avrebbe accentuato in una parte degli europei un’idea arbitraria di possesso attraverso la forza.


sabato 14 aprile 2012

1914-1918 La violenza rappresentata Prima Parte



Le Panorama de la guerre, 1914, Un olocausto. Tedeschi che bruciano i cadaveri dei loro morti.






Dalla didascalia che accompagna l’illustrazione:
“E’ nella Marna che si è svolta la scena lugubre qui riprodotta dal fedele disegno di un testimone…”
Avvertenza
C’è un modo fuorviante di raccontare fotograficamente con illustrazioni e fotografie, la violenza nel corso della Prima Guerra Mondiale: esporre una serie di immagini particolarmente cruente con corpi straziati di soldati. Pubblicazioni di vario gente, anche per scopi commerciali, insistono su questo aspetto che, comunque, non è da sottovalutare quando si esamina le riviste pubblicate durante la Grande Guerra.
Nei post che presentiamo ci saranno anche fotografie di questo tipo. Consigliamo di osservarle con le dovute cautele per le persone sensibili e per i bambini.
Gli storici da tempo insistono sul fatto che la violenza subita dai combattenti sui diversi fronti di guerra, fu fisica e psichica. Dinnanzi ad un bombardamento effettuato con cannoni molto più potenti di quelli impiegati nelle guerre precedenti, il soldato-contadino della Prima Guerra Mondiale si trovò stupito, meravigliato, violentato. Una fotografia interessante sulla violenza, sarebbe quella dei volti di soldati che dai loro buchi di fango e di roccia osservano l’esplodere nel cielo di proiettili d’artiglieria che illuminano il paesaggio in una notte senza luna.
E’ come la festa del santo patrono.
Immaginiamo loro volti stupiti, gli che occhi vagano nello spazio pieno di fuochi e ascoltano i più esperti che commentano a bassa voce descrivendo il calibro dei cannoni e il tipo di bombe che cadono alle loro spalle, sul versante opposto della montagna e a volte li sfiorano.
E’ così concepita, ad esempio, una delle pagine più belle del romanzo “Il fuoco” di Henri Barbusse.
Noi una fotografia del genere non l’abbiamo, se qualcuno ce l’ha, la tiri fuori dal cassetto, gliene saremo grati.
Immagini differenti della violenza rappresentata
Le fotografie “vere” eseguite nel corso dei combattimenti della Prima Guerra Mondiale, sono molto rare e quando si volle fotografare uno scontro tra soldati si fece ricorso alla finzione. In genere la messa in scena avveniva nelle retrovie o nel corso di esercitazioni, a volte la scelta cadde sulla ripresa in campo lungo con i soldati che andavano all’assalto tra nubi di fumo e polvere. La fotografia mostrò invece i cadaveri dei soldati nemici e lo fece in modo più o meno cruento. In questo caso si preferirono piani di ripresa ravvicinati.
Al contrario, il combattimento venne raccontato con numerose e grandi tavole pittoriche in cui fu esaltato il valore eroico dei combattenti. La rappresentazione fu più o meno realistica e differì in base alla capacità o meno degli illustratori. Difficilmente troveremo illustratori francesi, inglesi o italiani che mostrano la morte in battaglia dei soldati della propria nazione. Le illustrazioni della rivista tedesca “Illustrierte Geschichte des Weltkrieges” ,di cui abbiamo presentato qualche immagine in post precedenti, mostrarono soldati tedeschi uccisi nel corso dei combattimenti.
L’intento non era quello di dare una visione realistica e onesta della guerra, ma esaltare il sacrificio per la patria. Questa rivista offrì potenti e drammatici quadri di guerra, come quello che segue in cui si raccontava un momento della battaglia di Verdun.

Illustrierte Geschichte des Weltkrieges, 1916, i tedeschi avanzano nel villaggio di Douaumont



L’asprezza del combattimento non viene celata: al centro dell’immagine un soldato cade colpito a morte, vicino a lui un altro si piega nella neve. Gli uomini avanzano in un paesaggio di rovine spettrali, il cielo è cupo e all’orizzonte si accendono bagliori di fuoco: il prezzo della vittoria è alto.
Questo tipo di racconto per immagini, fu tipico di alcuni film che vennero realizzati a partire da romanzi famosi: “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di E. Maria Remarque, “Les croix de bois” di Roland Dorgeles, solo per citare i più noti.
Sappiamo però che la morte per i soldati della Prima Guerra Mondiale venne innanzitutto dai cannoni di nuovo tipo, dalle mitragliatrici e dalle condizioni in cui si viveva nelle trincee. I grandi massacri nel corso di assalti frontali all’arma bianca vennero messi in discussione da Norton Cru che, in base alla sua personale esperienza di guerra, vagliò le memorie e le autobiografie di coloro che raccontarono la Grande Guerra.
[Le posizioni di J. Norton Cru continuano a sollevare polemiche tra gli storici, in particolare la sua ostilità verso la testimonianza di scrittori come Barbusse e Dorgeles. Il lavoro di Norton Cru resta, comunque, molto importante anche se la sua opera "Temoins" è stata presa a pretesto da alcuni per sostenere la negazione dello sterminio degli ebrei in Euorpa, avvenuto tra il 1939 e il 1945.] 

Illustrierte Geschichte des Weltkrieges, combattimento all’arma bianca tra tedeschi e russi, 1916






Un altro e potente quadro d’insieme del combattimento tra russi e tedeschi, pubblicato sempre nel 1916 e offerto ai lettori di “Illustrierte Geschichte des Weltkrieges”.
La differenza sostanziale tra il racconto fotografico della guerra e l’immagine di tipo pittorico sta nel fatto che la fotografia mostra l’effetto (i cadaveri dilaniati), l’illustrazione mostra lo svolgimento dell’azione (il combattimento corpo a corpo).
Ci sono però alcune fotografie che, pur presentando le immagini come curiosità, riescono ad utilizzare le nuove possibilità offerte dai progressi del mezzo fotografico.



Le Miroir 1915, bombardamento notturno francese delle posizioni tedesche



Così commenta questa fotografia notturna la rivista Le Miroir:
“Sovente terribili battaglie avvengono di notte. In questi combattimenti non è la sola fanteria ad essere impegnata. Lo strano documento che pubblichiamo mostra che di notte i nostri 75 non restano inattivi. Questa fotografia è stata realizzata a venti metri dalle batterie da cui tutti i pezzi d’artiglieria tiravano contemporaneamente. Ognuno degli aloni che rischiarano la scena sono prodotti dai colpi di cannone…I bagliori visibili sulla fotografia non potevano essere scorti dal nemico, le batterie erano nascoste dietro un’altura. Nel cielo, due shrapnells tedeschi che esplodono”
La caratteristica di un bombardamento come quello mostrato da Le Miroir nel 1915 era quella di non vedere in faccia il nemico che voleva annientarti. E questo fatto avvenne non solo nei bombardamenti notturni: il potenziamento nella gittata delle artiglierie fece in modo che la morte divenisse sempre più anonima. I soldati non vedevano chi li uccideva e nella loro coscienza si fece presto strada la sensazione che la guerra che stavano combattendo fosse un conflitto di macchine costruite per uccidere. La sofferenza psichica provata nel corso del bombardamento fu una violenza che provocava ferite invisibili generando l’angoscia, lo stordimento e l’incubo. Il rifiuto di una condizione umana di questo tipo fu considerato a lungo come un atteggiamento dettato dalla codardia. Solo in anni recenti questo aspetto della violenza nella Prima Guerra Mondiale è stato riconosciuto e studiato come una profonda mutazione nella storia della guerra.

sabato 31 marzo 2012

Il prigioniero fotografato Terza parte Il caso italiano



La captivité des italiens en Autriche, copertina, Ed. Pomba, Torino, primavera 1918






Nel 1920, a conclusione dei suoi lavori la Commissione d’inchiesta sulle violazioni dei diritti delle genti commesse dal nemico, fornì i dati sul numero di prigionieri italiani caduti in mano agli eserciti austroungarico e tedesco.
L’Italia al fronte inviò un esercito composto da 4.200.000 uomini, i prigionieri furono 600.000, di cui 300.000 solo dopo Caporetto.
E’ un numero molto alto (uno su sette), altre nazioni alleate (Francia e Inghilterra) ebbero un numero di prigionieri di gran lunga inferiore e si deve tener conto che l’Italia combatté un anno in meno degli altri.
Gli italiani morti nei campi di prigionia furono 100.000, anche in questo caso si registrò un numero molto alto di vittime (quasi il doppio di inglesi e francesi) e la Commissione avvertì che questo dato non era affatto certo.


La captivité des italiens en Autriche, copertina, Ed. Pomba, Torino, primavera 1918, tavola I






La morte dei soldati italiani nei campi di prigionia fu causata dalla fame e dal freddo, a questo si aggiunsero malattie epidemiche come il tifo.
Su un opuscolo pubblicato in più lingue e intitolato “La prigionia degli italiani in Austria”, edito nella primavera del 1918 (la pubblichiamo nell’edizione francese) e scritto da un ufficiale siciliano, Attilio Loyola, rimpatriato e forse invalido permanente, troviamo alcune fotografie che mostrano la condizione dei prigionieri italiani al loro arrivo in patria in seguito a scambi gestiti dalla Croce Rossa Internazionale.
Sono fotografie di corpi scheletriti che ricordano e anticipano quelle dei campi di concentramento e di sterminio nazisti al termine della Seconda Guerra Mondiale.
Perché avvenne tutto questo? La responsabilità di un così alto numero di decessi si deve attribuire solo agli austriaci ed ai tedeschi oppure si tratta di altro?

La captivité des italiens en Autriche, copertina, Ed. Pomba, Torino, primavera 1918, tavola II



A lungo e per responsabilità politiche e culturali molto precise, la questione dei prigionieri italiani durante la Grande Guerra è stata dimenticata, anzi si è steso su di essa il velo dell’omertà.
Il regime fascista è uno dei grandi responsabili di questo fatto, le cui origini vanno ricercate però nel periodo bellico.
La vicenda dei prigionieri italiani nell’Impero Austrougarico e in Germania, è stata trattata in un saggio storico molto importante, “Soldati e prigionieri nella Grande guerra” di Giovanna Procacci, edito dalla Casa editrice Bollati-Boringhieri nel gennaio del 2000. A chiunque voglia approfondire la questione, consigliamo di leggerlo.

La captivité des italiens en Autriche, copertina, Ed. Pomba, Torino, primavera 1918, tavola III



La tesi che viene sviluppata da Giovanna Procacci, è che i soldati italiani catturati dal nemico vennero considerati dal Comando Supremo e dai governi che si succedettero in Italia negli anni della Grande Guerra, tutti come potenziali disertori, anzi come veri e propri traditori della patria in armi.
Da questo ne consegue che la condizione del prigioniero doveva essere criminalizzata ed era necessario orchestrare una campagna al fine di scoraggiare la tendenza di un popolo mandato a combattere una guerra che gli era estranea, di consegnarsi prigioniero nel corso delle inutili offensive scatenate dal generalissimo Luigi Cadorna.
Lo studio di Giovanna Procacci ha fatto giustizia di luoghi comuni riguardanti una particolare cattiveria degli austroungarici nei nostri confronti, i veri cattivi nei confronti degli italiani prigionieri furono gli italiani stessi.
Gli accordi internazionali stipulati nelle due conferenze dell’Aia prima del 1914, prevedevano che il sostentamento dei prigionieri di guerra fosse a carico degli eserciti che li avevano catturati. Allo scoppio delle ostilità e con l’attuazione del blocco marittimo nei confronti di Austria e Germania, i governi di questi paesi avvertirono gli avversari di non essere in grado di poter ottemperare agli accordi a causa delle carenze alimentari delle loro nazioni. Francia, Inghilterra e poi Stati Uniti, organizzarono un tipo di assistenza statale che con l’intermediazione dei paesi neutrali e della Croce Rossa Internazionale, riuscì a organizzare l’invio di pacchi e altri mezzi di sostegno all’interno dei campi di concentramento e la cosa funzionò evitando una mortalità alta come nel caso italiano. L’Italia invece si rifiutò di organizzare alcun aiuto statale e il Ministro degli Esteri Sonnino sostenne che bisognava attenersi agli accordi internazionali stipulati prima della guerra. Di questo parere furono Antonio Salandra, Vittorio Emanuele Orlando e lo stesso Armando Diaz. Cadorna sostenne che l’entità degli scontri al fronte non giustificava un così alto numero di italiani prigionieri e fu proibito alle famiglie di inviare pacchi per i prigionieri sospetti di essersi consegnati nelle mani del nemico. Questo volle dire la fame per migliaia di soldati internati in Germania e in tanti luoghi sperduti dell’Imparo Austroungarico. La conduzione della guerra da parte dell’esercito italiano, con offensive frontali e scarse opere di protezione in caso di contrattacchi, favoriva la caduta in mano nemica di ingenti quantità di uomini che al contrario di quanto si diceva (Gabriele D’Annunzio coniò per i nostri prigionieri il motto di imboscati d’oltralpe), non andavano verso la liberazione della guerra di trincea, ma incontro a sofferenze indicibili e tali da spingere le nazioni alleate a sollevare proteste che però non scalfirono l’atteggiamento italiano.

La captivité des italiens en Autriche, copertina, Ed. Pomba, Torino, primavera 1918, tavola IV






Le immagini pubblicate nell’opuscolo del capitano Loyola, hanno un grande valore documentario, mostrano corpi scheletriti e persone che porteranno per sempre i segni di una detenzione che li riduceva quasi a larve umane. Nel suo testo il capitano Loyola cita numerosi esempi della crudeltà austroungarica e tedesca, ma questo scritto che pure ha una sua importanza come testimonianza, diventa inevitabilmente un’opera di propaganda che giustifica l’atteggiamento del governo italiano nei confronti dei prigionieri e viene utilizzato per rinsaldare la coesione della pubblica opinione che cominciava, all’inizio del 1918, a porsi domande inquietanti sulla sorte degli italiani caduti nelle mani del nemico.
Oggi la verità storica è stata stabilita e si è spezzato quel velo di omertà che ha avvolto una pagina assai poco edificante della storia italiana.

venerdì 16 marzo 2012

1914-1918-Il prigioniero fotografato Seconda parte



Der grosse krieg in bilndern, 1915, N° 4 prigionieri francesi alla doccia nel campo di Zossen






L’alto numero dei prigionieri crea problemi di ordine politico, amministrativo e sociale. I numeri riportati da Uta Hinz, nel saggio “Prigionieri”, sono impressionanti.
“La prigionia fu dunque un destino di massa: in Gran Bretagna si trovavano più di 300.000 prigionieri delle potenze centrali, in Francia fra i 350 e i 400.000, in Russia fra i 2 e 2,4 milioni (la maggioranza provenienti dall’Austria Ungheria). Nei campi delle potenze centrali si contavano nel 1918 fino a 900.000 prigionieri di guerra in Austria-Ungheria e 2.400.000 in Germania. Nei campi tedeschi i prigionieri erano originari di almeno tredici Stati nemici; molti erano francesi (circa 500.000), ma la maggior parte proveniva dall’esercito russo (1.400.000). Il numero complessivo dei prigionieri italiani si aggirò intorno ai 600.000”
[da La Prima guerra mondiale, a cura di Stéphane Audouin Rouzeau e Jean-Jacques Beker, edizione italiana a cua di Antonio Gibelli, Ed. Einaudi, 2007, Vol. I, pag. 353]
Le fotografie, eseguite e fatte conoscere al pubblico europeo e americano attraverso le riviste, offrono una chiave di interpretazione per comprendere come l’uso del prigioniero fotografato sia funzionale a ben precisi obbiettivi di carattere politico.
Esaminiamo due tipi di rappresentazione, una tedesca e una italiana attraverso due pubblicazioni, “La Domenica del Corriere e “Der grosse krieg in bilndern” (Album della grande guerra).
La Domenica del Corriere pubblica qualche fotografia di scarso interesse sui prigionieri austriaci nei primi mesi della guerra e affida alle tavole di Achille Beltrame il compito di raccontare il prigioniero austriaco caduto nelle mani dei soldati italiani.


La Domenica del Corriere, N° 46, 14-21 novembre 1915: “Un bottino vivente: l’interrogatorio di prigionieri austriaci appena catturati sul Carso”, Achille Beltrame



Beltrame non disegna immagini di campi di prigionia o soldati in gruppo, guardati a vista dai militari e carabinieri italiani. Beltrame racconta con la sua immagine, il momento in cui gli italiani catturano dei prigionieri. L’elemento che prevale nelle illustrazioni, quasi applicato in modo maniacale, è l’atto guerresco.



La Domenica del Corriere,1915: “Una buona cattura sul Monte Nero. Il comando di un battaglione austriaco scoperto in una caverna e fatto prigioniero”, Achille Beltrame




La Domenica del Corriere, 1915: “Le astuzie della guerra: quattro italiani catturano tredici austriaci, facendo credere di essere seguiti da un’intera compagnia”, Achille Beltrame



L’impostazione data da Achille Beltrame ai suoi racconti fatti di “istantanee disegnate” non è originale: tutte le illustrazioni pubblicate sulle riviste delle nazioni in guerra, offrono momenti della cattura. Il prigioniero è il bottino di una guerra che si sta vincendo o si vincerà.
Il momento della cattura è difficilmente documentabile con la tecnologia fotografica dell’epoca. Si è obbligati a mostrarlo a posteriori, nel campo di prigionia. E qui scatta un’operazione politica di vasto respiro in cui una rivista come “Der grosse krieg in bilndern”, con le didascalie in più lingue e diretta all’opinione pubblica dei paesi neutrali e nemici, cerca di svolgere un ruolo importante.
Le fotografie, riguardanti italiani o soldati appartenenti ad altri eserciti avversari, hanno la funzione di dire che questi uomini sono trattati umanamente, sono contenti perché per loro la guerra è finita, sorridono e si divertono. “Venite da noi” sembrano dire le fotografie “starete bene e vi liberete della sofferenza della guerra di trincea”. Queste fotografie, quindi, hanno una funzione disgregante verso gli eserciti avversari.


Der grosse krieg in bilndern, 1916, N° 19, prigionieri francesi nella sala di lettura del campo di Giessen



Der grosse krieg in bilndern, 1915, N° 7, prigionieri inglesi nel campo di Ruhleben






C’è poi un terzo elemento e questa volta di carattere razziale: numerose fotografie ritraggono soldati arabi e africani che combattono negli eserciti dell’intesa. Si insiste sul colore della pelle, si sottolineano i costumi esotici e l’estraneità di questi uomini alla civiltà europea.


Der grosse krieg in bilndern, 1915, N° 2, prigionieri di varie razze e nazioni in un campo tedesco, si noti la sottolineatura sui volti africani, indicati come guerrieri del Senegal



La risposta tedesca alle accuse di barbarie perpetrate nei territori occupati (far combattere uomini di razza non bianca) è miope: non tiene conto delle reali forze in campo, i vasti imperi coloniali britannico e francese, e del fatto che la guerra assume proporzioni mondiali tali, da renderla anticipatrice di ciò che oggi chiamiamo mondializzazione.

Der grosse krieg in bilndern, 1917, N° 24, prigionieri neri catturati dopo la battaglia di Verdun, si noti la ripresa ravvicinata e i volti in primo piano



Di fatto il sistema dei campi di concentramento tedeschi nel corso della Grande Guerra, si trasforma in una grande organizzazione di lavoro coatto. E’ un aspetto che riguarda tutte le nazioni in guerra che detengono prigionieri (l’abbiamo visto nella prima parte di questo post con la lettera della Signora Margherita del Nero), ma che in Germania si caratterizza in maniera più scientifica e con forme di brutalità assenti in altre nazioni (ad esempio l’esposizione al palo o la riduzione di cibo per infrazione alle regole o insubordinazione).
Uta Hinz scrive.
“Gli ingranaggi burocratici per la gestione dei campi e soprattutto le idee dominanti in materia di “esigenze economiche del tempo di guerra” sovra determinarono in modo sempre più rigido il sistema della prigionia e la sua quotidianità, se non altro nel caso tedesco…In tal senso, la prigionia è un riflesso del più ampio processo di caduta dei freni in fatto di condotta e di rappresentazione della guerra nel corso del primo conflitto mondiale.”
[da La Prima guerra mondiale, a cura di Stéphane Audouin Rouzeau e Jean-Jacques Beker, edizione italiana a cua di Antonio Gibelli, Ed. Einaudi, 2007, Vol. I, pag. 353]
Concludiamo con una fotografia che compare su “Der grosse krieg in bilndern” e che colpisce non perché sia falsa, ma per la dimostrazione che la Prima Guerra Mondiale fu, nonostante il suo carattere ideologico e totale, un conflitto diverso da quello esploso nel 1939. Si tratta di ebrei russi che in un campo di prigionia celebrano il sabato.

Der grosse krieg in bilndern, 1916, N° 22, prigionieri russi ebrei che celebrano il sabato nel campo di Neuhammar sur Queiss



Vent’anni dopo un’immagine di questo tipo o non sarebbe stata mai pubblicata oppure sarebbe stata utilizzata per affermare gli stessi concetti contenuti in quelle dei soldati africani, arabi ed indiani: l’estraneità degli ebrei alla razza umana.
In questo senso la fotografia di “Der grosse krieg in bilndern” nel 1916, è anticipatrice di un profondo cambiamento nella considerazione del prigioniero che si enuclea già nel primo conflitto mondiale.



domenica 4 marzo 2012

1914-1918 Il prigioniero fotografato Prima parte



1918, prigionieri tedeschi si abbeverano dopo la cattura, Le Miroir N° 249, 1 settembre 1918






Nel corso della Prima Guerra Mondiale l’immagine fotografica del prigioniero assume un ruolo centrale nell’azione di propaganda che gli schieramenti contrapposti mettono in campo nei confronti del fronte interno, delle nazioni avversarie e quelle neutrali.
Mostrare un gran numero di prigionieri, soprattutto dopo particolari offensive o in alcune fasi del conflitto, vuol dire che si è vicini alla vittoria.
I prigionieri vengono fotografati e la loro immagine compare sulle riviste illustrate quasi in ogni numero, in questo modo la fotografia del prigioniero diventa centrale nella rappresentazione fotografica della guerra. Queste fotografie, date in pasto ad un pubblico affamato di notizie, contengono forti elementi di falsità. Si tratta certamente di veri prigionieri, ma l’immagine proposta ha l’obbiettivo di dimostrare che vengono trattati bene e che sono contenti del loro stato: per loro la guerra è già finita.
Tutto questo é falso: i prigionieri, oltre alla privazione della libertà, subiscono maltrattamenti, soffrono la denutrizione e la discriminazione di classe (diversità di trattamento tra ufficiali e soldati). Bisogna aggiungere che nel corso degli anni, le nazioni in guerra debbono far fronte ad una crescente scarsezza alimentare per la popolazione civile che si trasforma per Germania, Austria e Russia in vera e propria carestia, questo fatto segna anche un peggioramento nelle condizioni di vita nei campi di detenzione.
Il prigioniero inoltre si sente circondato dall’ostilità della gente che si manifesta in particolari momenti della guerra.


Prigionieri austriaci scortati dai soldati italiani, illustrazione di Achille Beltrame, La Domenica del Corriere, N° 25, 20-27 giugno 1915,



Un esempio di questo atteggiamento, è contenuto nel brano di una lettera della signora Margherita del Nero, spedita a suo marito Giuseppe Mizzoni il 9 agosto 1916, all’indomani della conquista italiana di Gorizia.

9 agosto
Mio caro Peppino... Ieri sera qui, per telefono da Roma si sparse subito la notizia che avevano fatto 6000 prigionieri ed avevano preso Gorizia. Subito la piazza si ghermì di quel po’ di popolo che è rimasto nei paesi ossia ragazzi, donne e adulti, e nel mentre una banda suonava nella piazza, l’altra faceva il giro del paese, con tutte torce accese ed appresso alla musica andava tutta la gioventù di Veroli portante a tracolla i fucili del tirasegno. Quasi in tutte le case sono issate le bandiere tricolori, e si cantavano inni patriottici. Quando questa processione passò giù a Santa Croce io ero già a letto, sentii scuotermi tutta, subito per l’emozione mi vennero le lagrime agli occhi il pensiero mi corse a te, sognai di stringerti per un istante al mio cuore…che il mio sogno possa presto cambiarsi in realtà. Mentre ti sto scrivendo, si è sparsa la notizia che è giunto un telegramma da Roma annunciante che gli italiani sono entrati definitivamente a Gorizia e che 1200 soldati di cavalleria sono andati 15000 chilometri più indentro di Gorizia, e che i nostri hanno fatto 30000 prigionieri austriaci, compreso tutto lo stato maggiore. Le notizie sono ottime, speriamo presto in un buon risultato. Ieri sera fino a mezzanotte ci è stato questo trattenimento per Veroli, poi siccome si sa che in campagna al villino di Bisleti ci sono a villeggia undici austriaci, tutti questi ragazzi, armati di fucile, si sono recati li, ed a forza di gridare abbasso l’Austria, viva l’Italia, fuori i vigliacchi, hanno costretto quelli che dormivano a scendere per la strada e gridare con loro viva l’Italia e abbasso l’Austria…Oggi con un popolo rafforzato, armati vi si sono recati di nuovo, ed è stato necessario l’intervento della polizia.
[Delle lettere della Signora Margherita del Nero, nonna materna dell’autore di questo blog, abbiamo parlato in un post precedente. ]
Gli storici sottolineano come la Grande Guerra ponga alle nazioni in conflitto la questione dei prigionieri, e per la prima volta, come un fenomeno di massa.
Chi oggi visita il Museo Internazionale della Croce Rossa di Ginevra può entrare in una grande sala dove sono conservate sette milioni di schede riguardanti i prigionieri di tutte le nazioni in conflitto.

Inaugurazione dell’Agenzia dei prigionieri di guerra, Le Miroir N° 67 del 7 marzo del 1915.






L’Agenzia dei prigionieri di guerra viene inaugurata a Ginevra il 15 agosto 1914 dal Comitato Internazionale della Croce Rossa e ben presto deve occuparsi di fornire informazioni a milioni di famiglie; grazie alle visite dei suoi agenti nei campi di prigionia, riesce ad organizzare lo scambio di 200.000 prigionieri e impiega, dall’agosto del 1914 sino al 1923, quasi 3.000 dipendenti, la maggior parte volontari.
[Queste informazioni sono tratte dal Catalogo edito dal Museo Internazionale della Croce Rossa, 1999, Ginevra]


Volontari al lavoro sulla corrispondenza dei prigionieri alle famiglie, Le Miroir N° 67 del 7 marzo 1915






Alla nascita di questa importante organizzazione umanitaria molte riviste illustrate, e tra queste la più volte citata Le Miroir, dedicano un certo spazio.
Le Miroir lo fa un servizio su due pagine, pubblicato sul numero 67 del 7 marzo del 1915.

Volontari al lavoro sulla corrispondenza dei prigionieri alle famiglie, Le Miroir N° 67 del 7 marzo 1915



La fotografia dell’inaugurazione definisce “l’Agence des prisonniers de guerre” come “une des plus belles oeuvres de solidarité née du grand conflit européen.”.
Volontari al lavoro sulla corrispondenza dei prigionieri e pacchi di lettere su un carro, Le Miroir N° 67 del 7 marzo 1915





















Sette fotografie raccontano il lavoro svolto dall’Agenzia: una sala invasa dai sacchi della posta, lo spoglio della corrispondenza, la classificazione delle schede secondo il paese di provenienza dei prigionieri, l’ufficio informazioni. Si tratta di un raro sevizio fotogiornalistico impostato in modo obbiettivo e il commento è depurato di qualsiasi accento nazionalistico. La Croce Rossa riesce ad organizzare anche importanti scambi di prigionieri attraverso la mediazione dei paesi neutrali, come quello mostrato in un servizio sul numero 68 di Le Miroir.

Lo scambio dei grandi mutilati francesi e tedeschi avvenuto in Olanda alla stazione di Flessingue, Le Miroir N° 68.






domenica 26 febbraio 2012

Champagne 1915. Trincea

C’è in queste lastre fotografiche conservate in una scatola che sul coperchio di cartone indica luoghi e situazioni non corrispondenti pienamente alle immagini contenute, un inconscio desiderio di pace.

Due soldati fotografati in trincea, quello a destra ha il bracciale della Croce Rossa



La trincea nel corso della Grande Guerra è il luogo dove l’essere umano-soldato, vive la dimensione di un tempo infinito. Ma raramente coloro che avevano con se una macchina fotografica fotografarono il combattimento, nel migliore (peggiore) lo ricostruirono ambientandolo nelle posizioni più arretrate del fronte. Al posto della lotta i soldati si fotografarono, lasciando in questo modo un’importante testimonianza di un’esperienza umana che lo storico George Mosse ha definito “l’esperienza della guerra di trincea”.

Furono eseguite fotografie con uomini in gruppo, come questa in cui si mostrano gli strumenti per consumare il rancio. I soldati non dimenticarono l’esperienza comune che si sarebbe tramandata in tanti ricordi, magari vissuti in maniera solitaria, nel silenzio e nel rifiuto di raccontare, una volta tornati alla vita civile

Un gruppo di soldati dopo aver consumato il rancio





Oppure si trattò di ingenue immagini rubate, come tra ragazzi nell’interno di un collegio, quando qualcuno si tirava su i pantaloni dopo aver orinato.

Foto rubata, un soldato che si allaccia i pantaloni



In queste immagini la trincea di seconda linea diventa quasi un altrove sognato e desiderato. L’ufficiale sembra messo in posa dietro l’angolo del giardino di casa.


Ufficiale

Si trattava di seconde linee, probabilmente situate in un settore del Fronte Occidentale nei pressi di Berry au Bac, nello Champagne. In questa regione francese, in prossimità della città di Reims, nel 1915 il comandante in capo dell’esercito francese Joffre scatenò una serie di offensive volte a ricacciare indietro i tedeschi, il celebre “grignotage”. Ma questi attacchi condotti con la tecnica dell’offensiva frontale non portarono a niente. Lo storico britannico Keit Robbins così sintetizza la situazione nello Champagne alla fine del 1915:
“Nello Champagne due armate francesi avanzarono lungo un fronte abbastanza vasto, ma la facile penetrazione nella prima linea difensiva tedesca si rivelò un tranello: infatti non si riuscì a sfondare la seconda, che si trovava al di là della portata delle artiglierie, e nel tratto fra l’una e l’altra caddero migliaia di uomini. I combattimenti cessarono verso la metà di ottobre, anche qui con un’effettiva avanzata di circa tre chilometri. Su tutti fronti, in complesso, le perdite alleate erano state maggiori di quelle tedesche”
da La Prima Guerra Mondiale, di Keit Robbins, Ed. Mondadori 1999, pag. 57

Tre ufficiali osservano delle carte topografiche



Nonostante questa situazione, in seconda linea era possibile sollevare la testa per osservare l’orizzonte e stare lontani dal tiro dei cecchini nemici o dell’artiglieria. Seconda linea o accantonamento, luoghi di riposo e sosta dall’estenuante “lavoro” della guerra di trincea.

Ufficiale osserva l’orizzonte



L’intellettuale italiano e interventista, Renato Serra, descrisse in poche righe ciò che era diventata la sua esperienza di guerra, dopo il primo e sofferto entusiasmo per l’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale.
“Come si vede e si sente diversa la guerra, ad esserci in mezzo. Si fa. Ma ormai è come la vita. E’ tutto, non è più una passione, né una speranza. E, come la vita, è piuttosto triste e rassegnata: ha il volto stanco, pieno di rughe e di usura, come noi. Questo non toglie tanta forza nascosta, insospettata.”
da “Racconti di guerra-Il diario di trincea di Renato Serra”, a cura di Luigi Ambrosini, Edizioni Lattes 1917, pag. 157
[Renato Serra, giovane promessa della letteratura italiana, fu ucciso sul Podgora il 20 luglio 1915. Di Renato Serra resta importante lo scritto Esame di coscienza di un letterato, in cui confessa la sua sofferta e disillusa adesione alla guerra dell’Italia.]
L’obbiettivo dell’anonimo fotografo-soldato coglie quei momenti di duro impegno che vogliono dire lavoro in prossimità delle linee avversarie. La schiena curva dell’uomo mentre tende il filo spinato è l’impronta della forza e della mascolinità impiegata tante altre volte nella vita civile, nei campi o in fabbrica.

Due soldati tendono il filo spinato



Ma fotografia è anche sguardo sul lavoro eseguito: lo stato della trincea, il filo spinato che segna il limite con la linea avversaria invisibile e che pure c’è, a poche decine di metri.

Le difese di una trincea






Filo spinato e orizzonte, a poca distanza ci sono le linee tedesche



Le armi sono ricordate fotograficamente attraverso il mitico cannone da 75 a tiro rapido, vanto dell’esercito francese. Questo è il segno della guerra; il cannone è puntato verso il nemico. E’ un oggetto solitario e vigila. Non ci sono gli artiglieri nell’inquadratura e il cannone ci appare come un oggetto dimenticato della guerra, uno dei tanti da lasciare in ricordo di eventi memorabili. Più tardi, molti anni dopo, forse sarà esposto in un museo.

Cannone francese da 75 mm



Come pure da assolutamente da fissare per la memoria, sono le decorazioni sulla linea del fronte fotografate per un amico, un commilitone che si è distinto e forse morirà tra pochi mesi, nel prossimo assalto, sotto il fuoco di sbarramento che prima o poi ci sarà.


Decorazione davanti alla truppa schierata



In quella trincea, di cui oggi forse si può scorgere solo una traccia nella terra che mantiene la memoria di qualcosa, la guerra, che l’essere umano vorrebbe dimenticare, nasce un forte spirito di solidarietà. La fotografia conserva questo “sentimento” su lastre invecchiate dal trascorrere del tempo.


Ufficiale in trincea



Chi fotografò questa trincea? Come altre volte, la risposta è sempre la stessa: non lo sapremo mai.

domenica 19 febbraio 2012

Uomini e animali


Le Miroir N° 171, del 4 marzo 1917



Questa fotografia viene pubblicata il 4 marzo 1917 sulla copertina della rivista Le Miroir. L’immagine solo apparentemente si può ricondurre al tema della “guerra dei gas”, essa racchiude in se una simbologia che ci riporta indietro nel tempo, alle guerre del Medio Evo e del Rinascimento, e insieme svela l’assoluta modernità di quella piccola porzione di conflitto che sta raccontando. E’ stata eseguita nelle retrovie del fronte, dallo sfondo si intravede la parete di una cava di pietra dove sono stati radunati altri cavalli, e vuole mostrare un equipaggiamento completo conto l’arma dei gas che comprenda uomini e animali: le maschere che coprono interamente il volto dei cavalieri, i lunghi cappotti forse impermeabili, la bardatura dei cavalli a cui si aggiunge il sacco protettivo che però non copre gli occhi. E’ una fotografia di propaganda per dimostrare che l’esercito francese prende tutte le misure necessarie per difendersi contro l’arma più insidiosa e mortale, il gas. Nel corso della Prima Guerra Mondiale, nonostante le caratteristiche industriali del conflitto, il cavallo come mezzo di trasporto venne ampiamente utilizzato e gli animali pagarono un duro prezzo nella guerra. La cultura contemporanea sta lentamente sviluppando una maggiore sensibilità nei confronti degli animali, nella consapevolezza che anche gli uomini fanno parte di un mondo naturale in cui tutto è interconnesso. Al tempo della Prima Guerra Mondiale non era così. Questa fotografia è uno dei tanti simboli di quell’apocalisse della modernità che conteneva in sé aspetti assolutamente moderni ed altri che richiamavano le epoche precedenti. Il punto di congiunzione tra le due fasi della storia è la maschera antigas che copre uomini e cavalli.