martedì 14 febbraio 2012

La Prima Guerra Mondiale video prima parte

Cari amici, su youtube c'è un video dedicato alla Prima Guerra Mondiale, è la prima parte di una serie in via di costruzione. Per ora c'è solo il primo capitolo: L'estate del 1914. Seguiranno a breve altri due video dedicati al passaggio dalla guerra di movimento a quella di trincea e alla decisione dell'Italia di entrare in guerra.
Buona visione a tutti.
Per vedere il video dovete andare su youtube e scrivere MrStevial.
A presto con i prossimi post dedicati alla fotografia della trincea e della violenza nella Grande Guerra.

mercoledì 1 febbraio 2012

La Legione Garibaldina Fronte Occidentale 1914-1915 Terza parte

I combattimenti nella Foresta delle Argonne
26 dicembre 1914-9 gennaio 1915
La Domenica del Corriere, gennaio 1915, Achille Beltrame



Il 12 novembre 1914 il reggimento garibaldino giunge a Mailly-le-Camp, è la sosta che precede l’invio al fronte.
Nel 1916, presso le Edizioni Helios viene pubblicato a Marsiglia una sorta di diario garibaldino scritto dal capitano Ricciotto Canudo che si firma Capitaine Oudanc.
Il titolo è “Jour gris et nuits rouges dans l’Argonne - Douze fresques de l’action garibaldienne”; nel secondo capitolo, “Les funérailles Mystiques dans la Boue”, Canudo così descrive il luogo verso il quale sono diretti gli uomini venuti in Francia per combattere:
“Nelle Argonne, nella mangiatrice di uomini, c’é, intorno ai combattenti nascosti nel fango, un’anima più vasta, immensa, che li avviluppa in un’atmosfera di gran segreto : l’anima della foresta. Il nemico è là, di guardia mattina e sera, per venire avanti, per colpire la l’instabile e calda barriera di petti umani, per avvicinarsi ad un obbiettivo indispensabile ai suoi scopi: Verdun, come una fiera superba che non catturerà mai. E i combattimenti proseguono in decine di attacchi e contrattacchi violenti, di giorno e di notte, senza sosta.”
[Ricciotto Canudo (Gioia del Colle 1879-Parigi 1923), intellettuale italiano che viveva in Francia ed era amico di Apollinaire, Picasso e Gabriele D’Annunzio. E' entrato nella storia del cinema per essere stato il primo autore di un testo di teoria cinematografica, L’usine aux images, pubblicato postumo nel 1927. Canudo, nominato capitano con il decreto del 25 settembre (X. Derfner), non compare negli elenchi dei volontari garibaldini (ufficiali, sottufficali e soldati) riportati da Marabini e da Ricciotti Garibaldi. Di un incontro con Canudo a Parigi nel 1915 parla anche Curzio Malaparte nei suoi ricordi autobiografici, Malaparte lo descrive come reduce dalla campagna garibaldina. Il testo di Canudo sulla guerra si differenzia da tutte le altre memorie garibaldine per la forza letteraria della descrizioni e per alcune intuizioni sugli effetti psicologici della nuova guerra (scrive nel 1916!).]
Il 23 dicembre i garibaldini raggiungono la foresta delle Argonne.

Foresta delle Argonne, proiettile, foto S.V.



La sera del 24 giunge l’ordine di avvicinarsi alle linee tedesche, fa molto freddo.

Le Miroir N° 61, la linea del fronte in cui sono indicati i luoghi dove combatterono i garibaldini






Nella notte tra il 25 e il 26 i garibaldini sono all’Abri de l’Etoile, il generale Gouraud comunica a Peppino Garibaldi che l’attacco è previsto all’alba, ore 6, 30. Inizia il fuoco delle artiglierie francesi verso la Cresta di Bollante, obiettivo dell’attacco. I tedeschi rispondono.
L’artiglieria francese sbaglia il tiro, il tenente Gregorio Trombetta è colpito a morte mentre marcia in testa al suo plotone, due soldati accanto a lui sono uccisi. E’ il primo sangue versato dai garibaldini. L’attacco frontale alle trincee tedesche viene differito dalle 6. 30 alle 8. Al momento stabilito e preceduto da squilli di tromba (un fatto che darà origine a polemiche) il secondo battaglione al comando del Maggiore Longo, va all’assalto al grido di Viva l’Italia!
Un fuoco di fucileria accoglie i garibaldini, ma non ferma lo slancio. Molti soldati sono colpiti e molti gli ufficiali feriti. Bruno Garibaldi è ferito ad una mano; dopo essersi medicato alla meglio, Bruno torna allo scoperto: il fuoco tedesco lo uccide con un proiettile nel fianco e uno al petto.

La Chalade monumento ai garibaldini, Bruno Garibaldi, foto S.V.



Nonostante la dura accoglienza dei tedeschi, gli italiani conquistano la prima linea con un violento corpo a corpo, ma a un tratto un’esplosione sconvolge la trincea.
I garibaldini sono costretti a retrocedere, l’attacco è fallito.
La salma di Buno Garibaldi viene portata a Roma dove vengono organizzati funerali solenni: il corteo funebre si trasforma in una grande manifestazione di massa a favore dell'intervento italiano a sostegno della Francia.

La cappella di La Chalade e sepoltura di due garibaldini, da “I fratelli Garibaldi, dalle Argonne all’intervento” di Ricciotti Garibaldi



L’occasione per la vendetta viene il 5 gennaio del 1915: l’obiettivo è la conquista di Courtes Chausses, un'altra posizione tedesca fortemente trincerata nella foresta. Ma questa volta il piano d’attacco predisposto dai francesi è più complesso. Il primo e il terzo battaglione investiranno la posizione, il secondo invece effettuerà un attacco dimostrativo in un settore limitrofo della linea tedesca chiamato “Four de Paris”. L’artiglieria francese e il 76° fanteria appoggeranno l’operazione.
Verso le dieci del mattino, dopo aver conquistato ben tre linee di trincee, i garibaldini debbono sostenere il contrattacco tedesco che si sviluppa con un nutrito fuoco di mitragliatrici. I garibaldini, presi d’infilata dal fuoco nemico, sono costretti ad abbandonare l’ultima posizione conquistata e ritirarsi nella seconda trincea tedesca; poco dopo vengono sostituiti dai francesi che riescono a tenere la posizione. Nel settore di “Four de Paris”, quella che doveva essere solo un’azione dimostrativa si trasforma in uno scontro sanguinoso. All’alba i tedeschi improvvisamente escono dalle loro trincee; i garibaldini che aspettano l’ordine di attacco, alla vista del nemico si lanciano allo scoperto. Ne segue un inutile scontro che costa ai garibaldini quaranta morti e li costringe a ritirarsi.
Il combattimento di Four de Paris ha impiegato un intero battaglione e Peppino Garibaldi avrebbe voluto e forse potuto inseguire i tedeschi dopo la conquista della terza linea a Courtes Chausses, ma non ha uomini sufficienti. I garibaldini lasciano sul campo 48 morti, 172 feriti e 77 dispersi. Viene fatto prigioniero il giornalista Augusto Alziator, morirà più tardi.
In questa giornata muore il secondo dei fratelli Garibaldi, Costante.

La Chalade monumento ai garibaldini, Costante Garibaldi, foto S.V.






I combattimenti del bosco di Bollante e di Courtes Chausses hanno provato duramente i garibaldini. La guerra, questa guerra, si è rivelata una faccenda ben diversa da ciò che si aspettavano: l’idealismo, il volontarismo, lo spirito bohemién di tanti volontari italiani hanno sbattuto il muso contro la potenza di fuoco di artiglierie e mitragliatrici, contro la concezione militare imperante negli eserciti dell'epoca che nell'offensiva vede l'unico mezzo per vincere e in questo modo consuma inutilmente milioni di soldati.
Viene dato l’ordine alla legione italiana di accantonarsi a Claon per un periodo di riposo, ma appena giunti sul posto arriva un contrordine del generale Gouraud: i garibaldini debbono tornare in linea.
La mattina dell’8 gennaio i tedeschi con un attacco all’Abri de l’Etoile hanno sopraffatto i reparti del’89° e del 46° reggimento francese, anche questa volta sono state utilizzate le mine per preparare lo sfondamento. Ora i tedeschi minacciano la Maison Forestière.
I garibaldini s’inoltrano nella boscaglia, procedono su un terreno melmoso e contrattaccano. La battaglia dura dalla mattina dell’8 sino alla notte del giorno successivo e si fraziona in una serie scontri all’arma bianca e lanci di granate, mentre i tiri di artiglieria illuminano a tratti la notte e le mitragliatrici falciano la foresta. I tedeschi sono respinti al punto di partenza, ma la Legione Garibaldina è decimata.
Oltre al già ricordato Umberto Cristini, muoiono i tenenti Butta, Tua, Gandolfi e l’aiutante Peratti.

Garibaldini di Modena, al centro l’aiutante Peratti, da “I fratelli Garibaldi, dalle Argonne all’intervento” di Ricciotti Garibaldi. Nella foto si dice che è caduto nel combattimento del 26 dicembre.



Dopo le giornate dell’8 e del 9 gennaio, quel che resta della Legione Garibaldina viene accantonato alla Grange-le-Comte. E’ una fattoria abbandonata e l'ambiente è reso malsano dalla sepoltura dei cavalli di una divisione della cavalleria francese, uccisi da un’infezione. I resti dei cavalli, sepolti spesso a fior di terra, ammorbano l’aria e l’acqua provocando infezioni intestinali che colpiscono gran parte dei soldati
Dopo un mese di penoso soggiorno alla Grange-le-Comte, i garibaldini vengono spostati in una località più salubre, Saint-Ouen, e infine trasferiti ad Avignone. Così finisce l’avventura dei garibaldini delle Argonne, i sopravvissuti s’impegneranno nella battaglia interventista, ma dopo il 1918 non tutti diventeranno fascisti. Il nome di Garibaldi diventerà quello del battaglione di internazionalisti italiani nel corso della Guerra di Spagna, tra il 1936 e il 1938, e delle brigate partigiane durante la Resistenza. Idealmente gli antifascisti italiani si ricollegano a quei sentimenti più autentici e democratici che spinsero tanti giovani italiani ad andare a morire nella foresta delle Argonne.

venerdì 20 gennaio 2012

La Legione Garibaldina Fronte Occidentale 1914-1915 Seconda Parte

Ritratti di Garibaldini delle Argonne

Prima di raccontare i fatti d'arme ed i risvolti politici di un'operazione che s'inserisce nel processo storico che determinò la crisi del sistema parlamentare liberale dell'Italia postunitaria, vediamo alcuni ritratti di volontari garibaldini caduti in combattimento.
Ci aiuta “La rossa avanguardia delle Argonne”, un libro edito nel 1915 con prefazione di Gabriele D’Annunzio e scritto da Camillo Marabini, ufficiale volontario garibaldino, interventista e poi fascista.
Le fotografie sono tratte dal libro di Ricciotti Garibaldi, nipote di Giuseppe e figlio di Ricciotti senior, “I fratelli Garibaldi, dalle Argonne all’intervento”, pubblicato nel 1934 dalle Edizioni Garibaldine.
I garibaldini di cui parleremo caddero fra il 26 dicembre 1914 e il 9 gennaio 1915.
Il librodi Riciotti Garibaldi


Gregorio Trombetta, “tenente alla prima compagnia ed è stato il primo caduto della giornata”.
Trombetta ha 26 anni, è nato a Milano ed ha lavorato come disegnatore alla Breda, per tre anni è stato insegnante presso la scuola allievi macchinisti a Venezia.
Gregorio Trombetta muore al Bois de Bollante il 26 dicembre 1914, ucciso dal fuoco amico dell'artiglieria francese.
Il corpo del Tenente Trombetta


Alessandro Lurgo, “repubblicano-socialista e massone, era stato segretario della Federazione italiana tra i lavoratori dello stato.”
Marabini riporta una frase di Lurgo:
“Io, antimilitarista, sono qui a combattere, con la spada, l’ultima battaglia contro il militarismo.”
Al Bois de Bollante, Lurgo si distingue impadronendosi da solo di una mitragliatrice tedesca. Cade a Courtes-Chausses fra l’8 e il 9 gennaio.
“Gli hanno trovato indosso il suo testamento…: lascia l’anello al sottotenente Fiaschi, il braccialetto di oro, con la targhetta d’identità alla sua amica, un ricordo al sottotenente Peloso, cento lire al Popolo d’Italia di Mussolini, ed il resto alle sorelle.”
Alessandro Lurgo


Lamberto Duranti: é nato ad Ancona, è repubblicano e giornalista.
Non è la prima volta che partecipa ad un combattimento: nel 1911 è in Albania con i garibaldini e nel 1912, sempre da volontario garibaldino, partecipa alla guerra greco-turca. Nella battaglia di Driskos ottiene una medaglia e i gradi di tenente. Al suo ritorno in Italia si impegna nella zona di Cervia e di Ravenna nelle lotte sociali e politiche che vedono una dura contrapposizione fra socialisti massimalisti e repubblicani. Da repubblicano si adopera per l'unità dei lavoratori, "…portò sempre una parola di pace".
Duranti affida al suo taccuino un drammatico messaggio sulla guerra e sul destino di una generazione.
"Ciascuno è pronto a compiere il sacrificio della propria vita pur di scrivere quest'altra fulgida pagina del garibaldinismo…alla baionetta per attaccare una trincea tedesca distante 20-30 metri dalla francese, senza aver modo di passare. Sarà un massacro…io sarò il primo, se comandato, ad avanzare."
Lamberto Duranti muore il 5 gennaio. Secondo la testimonianza di Marabini le sue ultime parole sono: "muoio per la repubblica…"
Anche Augusto Alziator è un giornalista. Redattore ordinario del Resto del Carlino, Alziator parte per la Francia allo scoppio della guerra e raggiunge i garibaldini a Montélimar dove si arruola come soldato semplice.
Marabini lo descrive come un feticista della camicia rossa.
"Feticista com'era di tutto quanto parlasse di camicia rossa, i suoi articoli suscitarono un commento dell'Avvenire d'Italia, che gli lanciò sul viso l'insulto: Grottesco!"
Il 5 gennaio Alziator è catturato dai tedeschi, morirà in prigionia.
Umberto Cristini è laureato in chimica, nel 1900 va nel Transvaal e combatte insieme ai boeri contro gli inglesi. Dopo questa avventura, si reca in Portogallo e cospira contro la monarchia. Viaggia per il mondo, approda a Parigi dove acquista notorietà negli ambienti sportivi. Allo scoppio della guerra, Cristini si arruola nella Legione Garibaldina.
Al combattimento comanda le mitragliatrici del secondo battaglione: lievemente ferito, perde il contatto con i suoi uomini e si trova all'improvviso davanti ad una trincea tedesca. È ucciso da una grandine di colpi.


Umberto Cristini

Il sardo Ernesto Butta è giornalista e repubblicano. Esule in Francia dopo aver scontato dieci mesi di carcere per diffamazione a mezzo stampa, si adatta a fare il minatore per sfamare se e la sua compagna. Da Marsiglia va a Parigi, allo scoppio della guerra si arruola volontario: è promosso tenente e poi aggregato alla Legione Garibaldina. Butta ottiene una licenza perché gli è nato un figlio e non partecipa ai primi combattimenti di Natale, tornato ad Avignone viene mandato nelle Argonne e muore nella prima settimana di gennaio.

Ernesto Butta


I cinque volontari garibaldini caduti nelle Argonne hanno alcuni tratti comuni: appartenere ad una generazione nata attorno al 1880, provenire dal cento medio o comunque, al momento della scelta garibaldina, non essere né operai né contadini, trovarsi in Francia allo scoppio della guerra per motivi non legati alla ricerca di un lavoro, esercitare una professione intellettuale o tecnica (due di essi sono giornalisti), militare nelle file dell'opposizione all'Italia di Giovanni Giolitti e della Monarchia.
Il loro punto di riferimento è una sinistra non marxista, legata al Partito Repubblicano, e la Massoneria. Si richiamano al sindacalismo rivoluzionario, all’anarchismo e guardano con simpatia al primo Mussolini “interventista” e ancora vicino ad un’idea “rivoluzionaria” della guerra mondiale.
Questi uomini muoiono nei primi mesi della Grande Guerra e non hanno il tempo di assistere e partecipare a quella trasformazione, per molti versi negativa, che il conflitto produrrà nelle coscienze di tanti europei.
Henri Barbusse, l’autore di Le Feu, il 9 agosto del 1914 scrive una lettera al direttore del giornale socialista L'Humanité in cui esprime le motivazioni della scelta di arruolarsi volontario.
In essa troviamo le idee che spingono i giovani italiani ad andare in Francia nella Legione Garibaldina.
“Questa guerra e una guerra sociale che farà fare un grande passo, è possibile il passo definitivo, alla nostra causa. E’ diretta contro i nostri vecchi e infami nemici di sempre: il militarismo e l’imperialismo, la sciabola, e aggiungerei, la corona. La nostra vittoria sarà la distruzione del sacro romano impero dei cesari, dei kronprinz, dei signori e degli ignoranti che imprigionano i loro popoli e vorrebbero imprigionare gli altri. Il mondo non può emanciparsi che contro di essi. Se ho fatto il sacrificio della mia vita e se vado con gioia alla guerra, non è solo come francese, ma soprattutto come uomo.”
[da Paroles d'un combattant, raccolta di articoli di H. Barbusse 1914-1920, E. Flammarion Editeur, Paris, 1920, pagg. 7-8]
Barbusse sarà una delle voci intellettuali più autorevoli nel campo della lotta antifascista e, dopo il 1918, nell’impegno per evitare una nuova guerra. La sua esperienza al fronte lo porterà assai lontano dalle posizioni che assumeranno molti giovani interventisti italiani con la loro adesione al fascismo. Ma nel 1914 anche un intellettuale come Barbusse, ritiene che la guerra sia necessaria al progresso dell’Europa.
Giovani e meno giovani, i personaggi di cui abbiamo appena tratteggiato il profilo, sono cresciuti in un'Italia che, ben lungi dalle promesse del Risorgimento, ha dovuto far i conti con un'arretratezza secolare e con classi dirigenti miopi e inadeguate allo sviluppo impetuoso del sistema capitalistico mondiale. Il mito di Garibaldi ha alimentato lo scontento nei confronti di un'Italia sabauda che dopo aver superato la crisi del 1898, si è adattata al cauto riformismo di Giovanni Giolitti.
Ma è un'Italia che sta cambiando: accanto alla tradizionale classe dominante in cui ancora è forte la componente agraria, si affaccia il nuovo ceto composto da impiegati d'azienda o nei ministeri, tecnici dell'industria in espansione e in cui si sperimenta l'organizzazione scientifica del lavoro. Si tratta di nuove categorie intellettuali che non trovano spazio nella gestione del potere. Questi nuovi italiani della giovane generazione mal sopportano quello che lo storico Enzo Santarelli ha definito come un divorzio fra la classe politica e le pulsioni profonde che agitano i settori intellettuali.
“Sotto queste spinte e per queste ragioni, l’antigiolittismo e l’antidemocrazia presero piede, e il regime liberale apparve più grigio e corrotto e noioso di quel che in realtà non fosse.”
[da Storia del Fascismo di Enzo Santarelli, Editori Riuniti, Roma 1973, pag. 15-16]
I protagonisti della rivolta intellettuale in Italia si chiamano Gabriele D'Annunzio, Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini, Ardengo Soffici, Giovanni Boine, Filippo Tommaso Marinetti. Nei loro scritti si può ritrovare il rifiuto delle plebi, la paura per l'avvento della società di massa, l'estetismo e la scoperta che parole come terra, sangue e razza possono diventare mobilitanti.
Nasce in Europa e in quegli anni, il concetto di generazione.
La generazione perduta degli anni 1914-1918 diventerà un mito culturale. In Italia, forse più che altrove, viene celebrata la giovinezza come leit-motiv per il cambiamento radicale di una situazione ritenuta insopportabile.
Lo storico americano Robert Whol ha analizzato le pulsioni profonde della generazione del 1914 ed i risvolti politico-culturali del protagonismo giovanile all'inizio del Ventesimo secolo. Sull'insofferenza dei giovani italiani, Whol scrive:
"Punti sul vivo dalla scoperta della realtà italiana, essi trasformarono il mito della grandezza presente nella speranza di una rinascita futura. Ciò li rese particolarmente sensibili alle liriche nazionalistiche di Gabriele D'Annunzio, il quale cantava in modo vago ma colmo di fascino le gesta di una nuova razza di giovani eroi italiani che avrebbero soppiantato la classe dominante vecchia e corrotta."
[da "1914-Storia di una generazione" di Robert Wohl, capitolo V, "Italia: Giovinezza! Giovinezza!", pag. 274, Ed. Jaka Book , 1984]


Un gruppo di garibaldini in trincea nelle Argonne

Giuseppe Garibaldi è l'eroe biondo e bello, l'impresa dei Mille è ricordata e rielaborata come un rito della gioventù.
Nell'introduzione a La Rossa avanguardia delle Argonne, Gabriele D'Annunzio scrive:
"Della prodezza garibaldina l'azione compiuta dai legionari italiani nella foresta dell'Argonna ha tutte le qualità tradizionali e direi leggendarie: la temerità giovenile, la rapidità fulminea, l'amore disperato del ferro freddo, la bellezza istintiva del gesto nella morte…”
Curzio Malaparte dirà nella sua Autobiografia che l'esperienza garibaldina, vissuta dallo scrittore a soli quindici anni, sarà per lui l'anticamera del fascismo. Anzi, non si comprenderebbe il fascismo senza la Legione Garibaldina.
“Se dovessi giudicarla oggi -scriverà più tardi- con l’esperienza storica e politica di questi ultimi anni, direi che la Legione Garibaldina era composta di fascisti: essa fu per me l’anticamera del fascismo. Vi predominavano tutti quegli elementi politici e sociali che dovevo poi ritrovare nel fascismo. Non si capirebbero le ragioni della mia adesione al fascismo se non si tenesse conto di quella mia esperienza garibaldina.”*
[Il quindicenne Curzio Malaparte non partecipò alle vicende belliche nelle Argonne, raggiunse a Parigi i garibaldini, o quello che ne restava, solo più tardi.
*Malaparte, Opere Scelte, Cronologia curata da Luigi Martellini, I Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1997, pagg. .LXXXI-LXXXII]





sabato 7 gennaio 2012

La Legione Garibaldina Fronte Occidentale 1914-1915 Prima parte


A La Chalade, un piccolo villaggio nella foresta delle Argonne, c’è un monumento dedicato ai garibaldini italiani, sulla lastra di pietra si può leggere:
"OPTATUM FOEDUS AMORIS
Bruno e Costante Garibaldi con cinquecento legionari caddero su questa terra di Francia e furono l'eroica avanguardia dell'Italia di Vittorio Veneto"
[Lo storico francese Pierre Milza in "In La Légion des volontaires  italiens das l'armèe française. une antichambre du fascisme?", un saggio dedicato ai garibaldini italiani in Francia nel 1914-15 riporta alcuni dati tratti dagli archivi militari francesi di Vincennes. "…les garibaldiens participent entre le 26 dècembre et le 9 janvier à trois attaques frontales contre les lignes ennemies. On dénombrera au total 93 tueés dont 14 officiers et deux des cinque fils de Ricciotti Garibaldi engagés dans la légion, Bruno et Costante, l'un et l’autre cités à l'ordre de l'armée- 136 disparus et 337 blessés, soit 556 volontaires mis hors de combat: le quart de l'effectif combattant." da Les italiens en France de 1914 à 1940, a cura di Pierre Milza, Collection de l'Ecole française de Rome, Roma 1994. pag. 148.]
Una grande ala d’aquila in bronzo in stile fascista sovrasta la dedica ai caduti.
Il monumento, eretto dall'Associazione Nazionale dei Volontari di Guerra, venne inaugurato nel 1933. Ai lati della lapide i volti di Bruno e Costante Garibaldi, nipoti di Giuseppe, caduti nei combattimenti del Natale 1914.
Foresta delle Argonne, La Chalade, monumento ai caduti della Legione Garibaldina, foto S.V.






Accanto al monumento un prato erboso digradante con al centro una targa, ormai corrosa dalla ruggine, ricorda che qui c'era l'antico cimitero dei caduti italiani e tutto è immerso nel silenzio.
Foresta delle Argonne, La Chalade, targa che ricorda l’antico cimitero dei garibaldini, foto S.V.



Rare vetture attraversano questi luoghi dove, quasi cento anni fa, si combatterono sanguinose battaglie della Prima Guerra Mondiale e morirono più di due milioni di uomini, tra questi gli italiani della Legione Garibaldina.
Foresta delle Argonne, cratere di mina, foto S.V.



Nell’estate autunno del 1914 l’opinione pubblica italiana, i partiti e i movimenti si dividono e le posizioni cambiano anche nel giro di un giorno, avvengono conversioni clamorose e passaggi di campo. L’Italia deve fare la guerra per diventare forte come le grandi potenze d’Europa, dominare l’Adriatico ed estendere la sua influenza in tutta la penisola balcanica oppure accontentarsi di un ruolo più modesto, contribuire alla sconfitta degli Imperi Centrali e in questo modo completare l’unità nazionale? E intanto la diplomazia italiana tesse una tela che, fra mille ambiguità, nel maggio del 1915 porterà il Regno d’Italia a dichiarare guerra solo all’Impero Austroungarico e non alla Germania. L’Italia sarà sì alleata dell’Intesa, ma senza darlo troppo ad intendere e la parola d’ordine della liberazione delle terre irredente si accompagnerà alla diffidenza per le motivazioni democratiche di chi vuole la sconfitta della Germania guglielmina.
[Per una maggior comprensione di questo periodo complesso è fondamentale la lettura di L’Italia di fronte alla Prima Guerra Mondiale, Vol I, L’Italia neutrale, di Brunello Vigezzi, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli 1965.] 
Gli interventisti riempiono le piazze e urlano di volere la guerra per liberare Trento e Trieste, i giovani guardano agli esempi del passato e Garibaldi è l'eroe che solo cinquant'anni prima ha combattuto per la libertà dei due mondi.
Ripercorrere la storia della Legione Garibaldina in Francia vuol dire immergersi in un mondo ben diverso da quello in cui viviamo, ma che con i tempi più recenti della nostra storia nazionale ha in comune ciò che oggi viene definito il protagonismo di una generazione.

Sur le vif N° 22, un gruppo di legionari garibaldini


mercoledì 28 dicembre 2011

Auguri con la Legione Garibaldina delle Argonne

Auguri di buon 2012 a tutti voi che avete l’interesse e il piacere di seguire questo blog sulla fotografia e la prima guerra mondiale. Nel prossimo anno torneremo a pubblicare articoli riguardanti altri aspetti del rapporto tra l’immagine fotografica e l’evento che ha rappresentato un mutamento epocale nella storia dell’umanità.
Vi lasciamo con una fotografia dei fratelli Garibaldi, figli di Ricciotti e nipoti di Giuseppe: organizzarono i volontari italiani che nel 1914 si arruolarono nell’esercito francese e furono inviati nella foresta delle Argonne, dove pagarono un alto contributo di sangue.



Le Miroir N° 61 1914




Le immagini della Legione Garibaldina delle Argonne saranno oggetto di uno dei primi approfondimenti del 2012.

giovedì 15 dicembre 2011

1914-1918: l’immagine e la parola-quinta parte

1918

1-Il mutilato alle gambe e sua moglie. Cartolina.

Questa fotografia non si riferisce al 1918, ma l’abbiamo volutamente inserita per il testo che l’accompagna: dopo i saluti, “souvenir de la guerre 1914-1915”. Il mutilato alle braccia, l’uomo su una carrozzella, lo sfigurato, popoleranno la letteratura che verrà negli anni che seguirono il 1918. Il ricordo della guerra, palpabile, carnale, che ogni giorno si poteva vedere camminando per la strada o salendo su un tram era l’uomo senza una mano, privo di una gamba, cieco di guerra o con il volto difficile da osservare senza dover distogliere gli occhi. Questo l’abbiamo visto anche noi che siamo nati appena dopo la Seconda Guerra Mondiale. La fotografia, con lo sguardo diretto dei protagonisti verso l’obbiettivo, è impietosa. E’ un atto di accusa contro la guerra e allo stesso tempo è il ricordo di un dolore universale pagato da una generazione di europei.
“Parlava con un accento diverso da quello di prima. A Filippo fece anche l’impressione che la sua voce fosse diventata più roca e che il sorriso, forzato e profondo, quasi costruito su uno schema di rughe precoci, rivelasse un decadimento là dove era stata una grazia sicura che agli adulatori era sembrata degna di un semidio. Si sorvegliò per non guardare troppo il troncone e la stampella, e vi riuscì a gran stento. Il mutilato avanzava verso il letto, sempre parlando, preceduto di un passo da Mary, che era quasi nel settimo mese e le ondeggiava un poco il ventre. Quando fu quasi giunto, Filippo si sollevò sul letto per prepararsi a stringergli la mano. Ma il braccio gli ricadde. E, mentre fissava con un lungo sguardo di tra le ciglia l’amico, svenne per la prima volta, rovesciando il capo sui guanciali.”
[da Rubè, di Giovanni Antonio Borghese, 1921, pag. 119, Mondadori, 1980]
2-Soldato americano con uno sparviero nella foresta delle Argonne. Le Miroir. N° 258 del 3 novembre 1918.
Un soldato americano ha catturato uno sparviero nella foresta delle Argonne. Il rapace, per Le Miroir, rappresenta la metafora della Germania che presto o tardi sarà sconfitta. La speranza dei popoli che combattono contro gli Imperi Centrali sono gli americani: soldati strani, gente più ingenua, ma più selvaggia degli europei e che desta curiosità.
“Da qualche tempo, la divisione comprende due reggimenti francesi e un reggimento di neri americani. Li incontriamo nei turni di riposo, occupano un campo vicino al nostro. I poilus fraternizzano con questi nuovi fratelli d’armi. I bianchi e i neri bevono insieme il vino pesante delle cantine, si scambiano pezzi di equipaggiamento. Gli americani sono più generosi, essendo più ricchi. Tengono un settore alla nostra sinistra, ma ho rinunciato a visitarlo perché è pieno di pericoli. Tutte le armi sono cariche: le pistole nelle tasche e i fucili contro le pareti delle trincee. Se una cade parte il colpo. Se uccide, è un incidente inevitabile in guerra, cosa di cui hanno un’idea abbastanza vaga. Sono venuti in Francia come sarebbero andati in Alaska o in Canada, cercatori d’oro o cacciatori di pellicce.”
[da La paura di Gabriel Chevallier, 1930, pag.297, Ed. Librairie Stock, 1930]
3-Teste di bolscevichi. Le pays de france, N° 180 del 21 marzo 1918.
L'uscita della Russia dalla guerra e la pubblicazione dei trattati segreti fra le potenze belligeranti, sono gli atti che rompono l'equilibrio mondiale e che fanno diventare il potere bolscevico il "nuovo nemico". Ora tutti, nell'Intesa, hanno paura per l'offensiva tedesca che prima o poi verrà. I tratti somatici dei capi bolscevichi nella caricatura di Le Pays de France, ricalcano lo stereotipo del tipo asiatico sinistro, rozzo e traditore.
“…noi adottiamo una tattica di ritirata e, lo ripeto ancora una volta: non v’è dubbio che sia il proletariato cosciente sia i contadini coscienti sono con noi, e noi sapremo non solo eroicamente attaccare, ma anche eroicamente ritirarci, e attenderemo finché il proletariato socialista internazionale ci verrà in aiuto; cominceremo allora la seconda rivoluzione socialista ormai su scala mondiale.”
[da Rivoluzione in occidente e infantilismo di sinistra, Rapporto sulla guerra e sulla pace, di Lenin, 1918, pag. 123 , Editori Riuniti, 1969]
4-Giovane soldato francese osserva la tomba di un soldato inglese, caduto nel 1914. Le Miroir, N° 225 del 17 marzo 1918.
Nonostante i diversi tentativi, tutti votati al fallimento, per porre fine alla guerra attraverso una trattativa, gli stati maggiori e i governi pensano che il conflitto durerà almeno sino al 1919. Nuove reclute vengono mandate al fronte e i giovani soldati incontrano le tombe di coloro che li hanno preceduti. Sono i primi cimiteri di guerra, immensi giardini della morte di massa, e luoghi della memoria che ancora oggi vengono visitati da milioni di turisti.
“Il signor Bontemps non avrebbe voluto sentir parlare di pace prima che la Germania non fosse stata ridotta al medesimo smembramento che nel Medioevo, non fosse stata decretata la caduta della Casa di Hohenzollenr, e nella pelle di Guglielmo non fossero state conficcate una dozzina di pallottole.
[da Il tempo ritrovato, di Marcel Proust, pag. 40 , Mondadori, 1973]
5-La paura dei dirigibili e del bombardamento aereo. Cartolina.
Durante l’ultima offensiva tedesca, Parigi viene bombardata da aerei, dirigibili e cannoni a lunga gittata. L’incubo del bombardamento aereo popolerà i sonni e le notti delle popolazioni urbane nelle capitali dei paesi dell’Intesa. Qui il racconto di un bombardamento su Londra, in un romanzo della scrittrice inglese Virginia Woolf.
“Dopo esser stati in sala da pranzo laggiù faceva freddo. Ora i tedeschi dovevano essere sopra di loro. Eleanor provò un curioso senso di peso sulla testa. - Uno, due, tre, quattro, - contò alzando gli occhi verso le pietre verdastre. A una tratto ci fu un violento scoppio, come quando un lampo squarcia il cielo. La ragnatela oscillò.”
[da Gli anni, di Virginia Woolf, Ed. Garzanti 1982]
6-Cannone britannico a lunga gittata sul Fronte Occidentale. Le Pays de France N° 189 del 30 maggio 1918.
Il fallimento della guerra sottomarina proclamata dalla Germania, il contributo americano e la tenuta economica delle nazioni dell’Intesa consentono di accumulare riserve di armi e munizioni che modificano l’equilibrio delle forze. Cannoni, sempre più cannoni potenti e di grande capacità distruttiva.
“Se l’inglese, e dobbiamo aspettarcelo, domattina presto sferrerà un secondo attacco, potremo forse ancora difenderci, ma probabilmente saremo sbattuti dai flutti come un’isola. E allora potremo tenerci i nostri rifugi ancora per due o tre giorni, fino a che l’acqua abbia raffreddato le mitragliatrici, le munizioni saranno esaurite e la trincea sarà del tutto sfasciata dai lanciafiamme e dai cannoni disposti all’intorno.”
[da Boschetto 125, di Ernest Junger, 1925, pag. 149, Ed. Guanda, Parma 1999]
7-Soldati francesi fotografati accanto a un carro armato distrutto. Fotografia anonima.
Questa piccola fotografia che è giunta sino a noi in condizioni non buone, è il ricordo di un’arrestabile avanzata delle potenze dell’Intesa sul Fronte Occidentale. L’ultima offensiva tedesca, che per un momento è sembrata risolutrice, si sta esaurendo. I francesi si fanno fotografare davanti a uno strumento di guerra poco conosciuto e sin dall’inizio sottovalutato: il carro armato.
“In realtà, dopo lo scacco del 29, l’alto comando tedesco non abbandona completamente la sua “grande idea” di marciare su Calais. Ancora il 1° maggio, in un consiglio di guerra, Ludendorff sostiene il progetto di attirare le forze francesi verso il sud, attaccando lo Chamin des Dames. Dopo la vittoria si sarebbe ripresa la marcia su Hazebrouk e Calais. (Von Kuhl) Ma gli avvenimenti del 1918, l’anno del collasso, precipitano e costringono a cambiare i progetti.”
[da Kemmel 1918, del Luogotenente Adolphe Goutard, 1930, pag. 145, Ed. C. Lauvauzelle & Co., Paris 1930]
8-Ufficiali. Cartolina.
L’Italia reagisce alla disfatta di Caporetto, l’esercito è riorganizzato e la paura del nemico in casa galvanizza le energie di una nazione già duramente provata. L’offensiva austriaca del solstizio è respinta, è questo il momento in cui l’Italia risulta vittoriosa nel conflitto e la battaglia di Vittorio Veneto, voluta per motivi di strategia politico-militare, sancirà questo risultato. Gli ufficiali torneranno a casa e saranno persone che difficilmente sapranno abituarsi alla pace e alla normalità della vita. Le due lettere di uno dei maggiori esponenti dell’antifascismo italiano, Piero Calamandrei, dimostrano quanto l’idea del riscatto, dopo la disfatta di Caporetto, animasse l’impegno di uomini che si dimostrarono sensibili ai valori della democrazia.
“16 giugno 1918, ore 17
Temo che in questi giorni le mie lettere ti giungano in ritardo, ma spero che tu sia tanto saggia da comprendere che qui…non c’è motivo da farti perder la saggezza. Per tutto, del resto, le cose vanno bene: e se l’Austria le piglia questa volta, è finita.
25 giugno 1918, ore 16
Perché non mi hai scritto oggi? E Franco che fa? E la Mamma e il Babbo che dicono della nostra meravigliosa vittoria, la più grande vittoria da quando si è iniziata la guerra; e lo zio Cecco ha ora il morale un po’ più sollevato?”
[due lettere di Pietro Calamandrei, in Zona di guerra, lettere, scritti e discorsi (1915-1924), pag. 188, Laterza 2006]
9-Prigionieri tedeschi al lavoro nei campi. Le Pays de France N° 202 del 29 agosto 1918.
Nell’estate del 1918 i giornali pubblicano fotografie come questa, non è un fatto nuovo. Mostrare i prigionieri dopo una offensiva inutile vuol dire rassicurare l’opinione pubblica, ma questa volta i soldati tedeschi prigionieri hanno un altro significato. La Germania è prossima alla sconfitta definitiva.
“Non c’era giorno in cui non si vedevano i gendarmi trascinare dei disobbedienti che si sedevano per terra e ridevano loro sul naso. Non volevano più marciare. Ne avevano abbastanza e non era possibile fucilarli tutti. L’eccesso di miseria uccideva il patriottismo…Niente più tabacco, niente denaro, neanche la fede al dito, l’anello d’oro del matrimonio. L’avevano dato via per la Germania. Portavano una fede d’acciaio nichelata che stupiva la gente di qui.”
[da Invasion 14, di Maxence Van Der Meerch, 1935, pag. 391,Ed. Albin Michel, 1935]
10-Resa della flotta tedesca. Domenica del Corriere, numero non identificato.
L’11 novembre 1918, alle ore 11, uno strano silenzio si diffonde sul Fronte Occidentale. Sul fronte italo-austriaco la guerra è finita il 4. I tedeschi hanno perso, ma non si sentono sconfitti sul campo, la flotta dei sommergibili deciderà di autoaffondarsi per non consegnarsi alla marina inglese. E’ il segno che la partita non è chiusa.
“I tedeschi s’erano accampati su una collinetta di fronte, si vedevano le loro ombre passare davanti ai fuochi accesi sul declivio, un grappolo di stelle verdognole pendeva sulla collina, come lo scoppio di uno shrapnell ghiacciato, in aria. Disponemmo il servizio di sicurezza, le sentinelle, le pattuglie, e ci buttammo subito a dormire senza mangiare, tanto eravamo rotti dalla fatica e dal sonno. Non riuscivo a chiudere occhio, pensavo che era ormai la fine di quella lunga giornata che durava da quattro anni, e una grande tristezza mi stringeva il cuore. Addio, addio, dicevo tra me: ed era l’ultimo addio a tante cose dolorose e care, a tutti i compagni rimasti indietro distesi nel fango, a tante speranze, a tante sofferenze, a tutte le cose dolci e terribili di quella interminabile giornata.”
[da Fine di una lunga giornata, di Curzio Malaparte, pag. 247, Mondadori 2004]



mercoledì 7 dicembre 2011

1914-1918: l’immagine e la parola-quarta parte

1917


1-Pubblicità dello spumante Feist-Feldgrau con i sommergibili tedeschi in alto mare. Jugend, N°17
La pubblicità ormai utilizza la guerra come veicolo per propagandare i propri prodotti: i sommergibili tedeschi, in agguato nell’Oceano Atlantico, si accompagnano dallo champagne militare. Un segno di incoraggiamento per l'industria tedesca e una popolazione che vive in condizioni alimentari quasi di sopravvivenza. La guerra sottomarina indiscriminata contro il naviglio neutrale per costringere alla resa la Gran Bretagna si rivela non solo inutile, ma anche un grave errore politico.
“Leonora, quasi indifferente di fronte al miracolo e freddissima, almeno alla superficie, dichiarava:-va bene, non mi oppongo, per Capodanno si renda pure pubblica la notizia del fidanzamento.- Sperava con profonda tensione che Bertin potesse venire in licenza. Quando la madre le portò la notizia avuta negli uffici competenti che quella non era allora una ragione sufficiente per ottenere un permesso ai soldati che combattevano nei lontani Balcani, chiuse per un momento le labbra strette strette. E va bene, si sarebbe fidanzata senza la sua presenza.”
[da Giovane donna del 1914, di Arnold Zweig, 1931, pag. 247, Ed. Mondadori, Milano 1933]
2-Nicola II Romanov prigioniero a Tsarkoye Sélo. The great war-1917.
Il quarto anno di guerra si è aperto con una novità senza precedenti: lo Zar Nicola II ha abdicato e la rivoluzione ha proclamato la repubblica. In questa fotografia l’ex zar è già un prigioniero mentre gli eventi incalzano e per la Russia si apre una fase rivoluzionaria di cui nessuno può prevedere gli esiti. Così un autorevole giornalista francese descrive gli ultimi momenti dell’autocrazia dei Romanov.
“Un mattino l’imperatore parve uscire da una sorta di letargo nel quale era stato cacciato dalle parole addormentatici dei suo falsi amici. Espresse il desiderio di tornare a Tsarskoye-Sélo per incontrare Rodzianko, il nuovo astro nascente. L’imperatrice aveva in effetti cambiato il suo linguaggio nella corrispondenza che i due sposi si scambiavano. L’11 marzo telegrafava a suo marito: “La situazione peggiora”. Il 12 scrive: “Ieri, tumulti scandalosi. Gran parte delle truppe sono passate dall’altra parte”, e aggiunge in un secondo messaggio datato lo stesso giorno: “qualche concessione è inevitabile.”
[da Le dernier Romanoff, di Charles Rivet, corrispondente del giornale Temps in Russia, pag. 240 ,Perrin et Co., 1917]
3-Pubblicità delle compresse Jubol contro le malattie intestinali. Le Pays de France N° 139 del 14 giugno 1917.
Il nuovo attacco francese sullo Chamin des Dames si risolve in un ennesimo fallimento e l'offensiva Nivelle provoca il grande ammutinamento sul fronte e scoraggiamento dell'intero paese. Mentre gli operai francesi, e in particolare le donne, scendono in piazza per chiedere condizioni di lavoro meno pesanti, i soldati si ammutinano: chiedono un rancio migliore, licenze più lunghe e soprattutto la fine di inutili offensive. E' una guerra di cui non si comprendono più gli scopi. Nonostante questo, l'immagine del conflitto resta ancorata a quella di uno scontro di civiltà: il nemico è un microbo che va espulso dall'intestino, come il soldato tedesco dalle trincee.
“Quando la paura diventa cronica, fa dell’individuo una sorta di monomane. I soldati chiamano questo stato scoramento. In realtà si tratta di una nevrastenia conseguente al sovraccarico nervoso. Molti uomini, senza saperlo, sono dei malati e il loro stato febbrile li spinge verso il rifiuto dell’obbedienza, all’abbandono delle posizioni, ma anche ad azioni temerarie e funeste. Alcuni atti di coraggio non hanno che questa origine.”
[da La paura di Gabriel Chevallier, 1930, pag. 221, Ed. Librairie Stock, 1930]
4-Paesaggio di guerra nelle Fiandre. Le Miroir, N° 164

Un paesaggio desolato di cui ancor oggi si trovano le tracce. E’ questo lo spettacolo che ogni giorno si presenta agli occhi dei soldati degli eserciti contrapposti sul Fronte Occidentale. Ernest Junger ha descritto un attacco di artiglieria, subito insieme ai suoi compagni. E’ l’artiglieria che rende il paesaggio simile ad un deserto ondulato in cui emergono pochi tronchi d’albero anneriti dal fuoco.
“Alle sei del mattino, la pesante nebbia fiamminga si schiarisce svelando lo spettacolo sinistro che ci circonda. Subito dopo, scrutando il terreno sconvolto, lanciando segnali di sirena, appare uno sciame di aerei nemici. Nel frattempo i fanti smarriti cercano rifugio nei crateri. Mezz’ora più tardi comincia il martellamento che ruggisce attorno alla nostra isola di naufraghi come un mare sconvolto da un tifone. Le esplosioni, simili ad una foresta, prendono l’aspetto di una parete tempestosa. Stretti l’uno contro l’altro, accovacciati attendiamo ad ogni istante il colpo che ci distruggerà, ci spazzerà via insieme alle nostre difese di cemento, e ridurrà il nostro rifugio simile al deserto crivellato di crateri.”
[da Nelle tempeste d’acciaio, di Ernest Jünger, pagg.212-213, Ed. Guanda, Parma 1995]
5- Illustrazione dal titolo "Noi e il mondo". Jugend N° 18, del 25 aprile 1917.
Sulla stessa rivista che sfrutta in modo ottimistico i sommergibili, è pubblicata questa immagine assai significativa dello stato d'animo tedesco nel corso della guerra e che si accentua con il passare del tempo: isolamento e accerchiamento, queste sono le parole per descriverlo. La scesa in campo degli USA come associati alle nazioni dell'Intesa, anche se sottovalutata, è avvertita come un'ulteriore minaccia per un popolo che vive il suo rapporto con gli altri come un continuo assedio.
“Per quanto cercassi lontano nella memoria non avevo proprio fatto nulla, io, ai tedeschi. Ero stato sempre gentile e ben educato con loro. Li conoscevo un po’ i tedeschi, ero persino stato a scuola con loro, quando ero piccolo, nei dintorni di Hannover. Avevo parlato la loro lingua. Erano una massa di piccoli cretini chiacchieroni con gli occhi pallidi e furtivi come quelli dei lupi; s’andava insieme , dopo la scuola, a pacioccare le ragazzine nei boschi dei dintorni, dove si tirava anche alla balestra e alla pistola che s’era comparata per quattro marchi. Si beveva birra zuccherata. Ma da questo a tirarci ora nello stomaco, senza nemmeno venire a parlare prima, e nel bel mezzo della strada, c’era un certo margine, anzi un abisso, troppa differenza.[…]I miei sentimenti non s’erano punto cambiati nei loro riguardi. Ci avevo voglia, malgrado tutto, di tentare di comprendere la loro brutalità, ma più ancora avevo voglia di tagliar la corda, una voglia enorme, assoluta, realmente la cosa m’opprimeva all’improvviso come effetto d’un formidabile orrore.”
[da Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline, 1932, pagg.8-9, Dall'Oglio, 1966]
6-Servizio fotografico su nuova e ultima offensiva italiana sull'Isonzo. Le Pays de France, 7 giugno 1917.
Mentre falliscono le offensive e si moltiplicano i contatti non ufficiali per giungere ad una qualche soluzione del conflitto, una speranza per l'Intesa potrebbe giungere dal fronte italiano. Cadorna scatena la sua ultima offensiva che provoca un immenso bagno di sangue. I soldati italiani si erano convinti, questa volta, di vincere la guerra e poter tornare a casa. La Battaglia della Bainisizza si conclude con un nulla di fatto e tanti morti. A Caporetto i soldati prenderanno la via di casa: quasi una rivolta generale contro la guerra, pagata con fucilazioni e anni di prigione. Per il momento queste immagini seguono lo schema fisso per tutte le offensive: mostrare i prigionieri nemici.
“Il 20 agosto gli Italiani hanno ripreso l’offensiva sull’Isonzo, da Plava sino al mare. Per riuscire a superare il fiume, con un lavoro gigantesco, avevano deviato una parte delle acque. La battaglia è iniziata su tutto il fronte di 60 chilometri, tutte le armi lavoravano in collegamento. Più di 200 aeroplani operavano sopra le linee nemiche: a sud una squadra navale bombardava la costa dell’Adriatico. La prima linea austriaca è stata conquistata nelle prime ore: i nostri alleati avanzano sul Carso sino in prossimità di Hermada che comanda la strada di Trieste. Gli italiani hanno fatto più di 13.500 prigionieri e hanno preso circa 30 cannoni. Il Generale Cadorna ha dichiarato che la situazione promette grandi speranze.”
[da Le Pays de France, La semaine militare, du 16 au 23 aout, N° 150, giovedì 30 ag0sto 1917]
7-I soldati americani vanno all’assalto al grido di "Lusitania!" The great war-1917.

L'arrivo degli americani è salutato su giornali e riviste come la grande speranza. Qui si mettono in risalto le capacità combattive dei nuovi alleati che vogliono vendicare le vittime del transatlantico Lusitania affondato da un sommergibile tedesco nel 1915. I generali dell'Intesa però sono scettici sull'effettiva capacità di combattere dei nuovi amici e in molti non si fidano del Presidente Wilson che con i suoi 14 punti sostiene principi non graditi a francesi, inglesi e italiani. Lo scrittore John Dos Passos racconta i motivi che lo avevano portato ad arruolarsi come volontario ancor prima dell’entrata in guerra degli USA.
“A dire il vero i miei motivi erano complessi. Condividevo questa complessità di motivazioni con la maggior parte degli studenti della mia generazione. Eravamo pieni di indignazione virtuosa, ma nello stesso tempo eravamo pieni di curiosità verso il mondo in guerra. Avevamo passato la nostra adolescenza in mezzo agli ultimi bagliori pacifici del Diciannovesimo secolo. A cosa somigliava la guerra? Volevamo vederla con i nostri occhi. Ci arruolammo nel branco dei volontari, rispettavo gli obiettori di coscienza, a tratti mi veniva l'idea di seguire la loro strada, ma volevo assistere allo spettacolo.”
[da L’initiation d’un homme : 1917, di John Dos Passos, pag. 27,Gallimard, 2000]
8-Soldati canadesi durante la Terza battaglia di Ypres. Le Miroir-1917
Ancor oggi, ogni giorno, alle 20, sotto la Porta di Menin ad Ypres, viene suonato il silenzio di ordinanza e la folla si raccoglie per ricordare tutti i soldati caduti nelle tre battaglie combattute sul saliente di Ypres. Nella terza, e in particolare nei combattimenti sulla strada di Menin, la devastazione del terreno e violente piogge estive fanno sprofondare i soldati in un universo di fango.
“La battaglia sul fronte dell’Yser è proseguita con una serie di contrattacchi tedeschi finalizzati, senza dubbio, a disorientare i nostri alleati durante la preparazione della nuova offensiva[…]Il 27 sono state attaccate le posizioni di Zonnebeke. Nella mattinata del 30 altri tre attacchi: uno a sud di Reuteldeck, gli altri due da entrambi i lati della strada di Menin. Il 1° ottobre c’è stata un’offensiva ancora più violenta su un fronte di 1.600 metri, a nord della strada di Ypres a Comines e a est del Poligono. Gli assalti sono stati effettuati con tre ondate successive e per due volte, con forze considerevoli, durante le tre ore seguenti. Nella sera e durante la notte altri due attacchi hanno avuto luogo sullo stesso terreno e un sesto a sud della linea ferroviaria che collega Ypres a Roulers. A dispetto di questo accanimento, i tedeschi non hanno ottenuto nessun risultato rilevante.”
[da L’Illustration del 6 ottobre 1917, N° 3892, La Guerre 165° semaine (27 septembre-3 octobre 1917)]
9-Affondamento di un barcone austriaco sul Piave. La Domenica del Corriere, numero non identificato.
La disfatta di Caporetto viene arrestata sul Piave, Beltrame mostra i soldati italiani sempre all'offensiva e gli austriaci impotenti ad attraversare il fiume che diventerà "sacro". Nonostante immagini come queste, l'Italia sta correndo un pericolo mortale. Le implicazioni politico-culturali di Caporetto e della resistenza sul Piave, conteranno non poco dopo la fine delle ostilità.
“Napoleone avrebbe battuto gli Austriaci in pianura; non avrebbe dato battaglia sui monti. Li avrebbe lasciati avanzare e li avrebbe battuti verso Verona. Sul fronte francese nessuno dei due avversari aveva potuto battere l’altro. Forse le guerre non si vincono mai. Forse era un’altra guerra dei Cento Anni.”
[da Addio alle armi, di Ernest Hemingway, 1929, pag. 170,Mondadori, 1969]
10-Signora Margherita Del Nero al soldato Giuseppe Mizzoni, il 23 dicembre 1917. Cartolina.
Questa cartolina, nonostante la bandiera tricolore e i nastrini, ha poco di eroico. Una giovane donna prega affinché la guerra finisca e il suo uomo torni dal fronte. C’è la paura nel volto della donna. In tanti pensano, nel Natale del 1917, che la guerra possa durare almeno per tutto il 1919.
“…Se io, sopra questa misera carta potessi rappresentare lo spavento con la pena; accoppiati, che sento nel fondo dell’animo mio, sarebbero cose da non potersi descrivere…”
[da una lettera di Margherita del Nero, 10 ottobre 1917. La signora Margherita del Nero, nonna di Stefano Viaggio, morì l'11 ottobre 1918 nel corso dell'epidemia di febbre spagnola.]