domenica 11 novembre 2012

Il dopoguerra, l’inquietudine nelle fotografie di Le Miroir e in alcune pagine della letteratura Seconda parte


Germania: bandiere rosse a Berlino


Le Miroir, N° 267 del 5 gennaio 1919, ufficiali e soldati tedeschi con un grande proiettile di artiglieria.
La pubblicazione di una fotografia di questo tipo, due mesi dopo la fine della guerra, ha l’obbiettivo di sottolineare la pericolosità della Germania e le sue capacità distruttive. Queste operazioni di immagine sono finalizzate anche a mobilitare l’opinione pubblica per alzare il prezzo delle riparazioni nella prossima conferenza di Versailles.



“L’inquietudine, il radicalismo delle masse politicizzate, le agitazioni rivoluzionarie, furono intesi soprattutto, non già come strascichi della guerra, bensì quali annunci di un’epoca estranea, caotica, nella quale non sarebbe esistito più nessuno dei valori che avevano reso l’Europa grande e sicura.-E’ insomma come se il terreno ci sprofondasse sotto i piedi-“
[da “Hitler, una biografia” di Joachim Fest, Ed. Garzanti, 1999, pagg. 109-110]
Con queste parole lo storico tedesco e biografo di Adolf Hitler, Joachim Fest, descrive lo stato d’animo in cui venne a trovarsi una parte del popolo tedesco (in particolare la media e la piccola borghesia) all’indomani della sconfitta nella Prima Guerra Mondiale. Fest sottolinea questo concetto di spaesamento con la citazione di una frase del filosofo Karl Jaspers. La terra stava sprofondando sotto i piedi di un mondo che sino ad allora aveva posseduto solide certezze che ora venivano a mancare.
Questa situazione è traducibile in immagini fotografiche? Proveremo ad osservare e commentare alcune fotografie presentate dalla rivista Le Miroir all’inizio del 1919 e riguardanti la Germania, paese in cui sembrò per un momento che potesse rinnovarsi l’esperimento della rivoluzione sovietica.

Le Miroir N° 268 del 12 gennaio 1919, Karl Liebknecht parla nel corso di una manifestazione della Lega di Spartaco. Su Le Miroir non ci sono fotografie di Rosa Luxemburg.



“Il 9 novembre operai e soldati hanno abbattuto il vecchio regime in Germania. Sui campi di battaglia di Francia era svanita l’illusione sanguinaria di un potere mondiale della sciabola prussiana. La banda di banditi, che aveva acceso l’incendio mondiale e che aveva costretto la Germania in un mare di sangue, non sapeva più andare avanti. Il popolo tradito per quattro anni e che, servendo il mostro, aveva dimenticato il dovere culturale, il sentimento d’onore e l’umanità, che si era lasciato manovrare per ogni scelleratezza, si svegliò dal suo congelamento durato quattro anni sull’orlo del precipizio. Il 9 novembre si alzò il proletariato tedesco per liberarsi dal giogo vergognoso. Gli Hohenzollern furono cacciati, furono eletti i Consigli degli operai e dei soldati.”
[da Dopo l’Ottobre, AA.VV, pag. 44, Ed. Mazzotta 1977]
Così inizia il documento programmatico dei comunisti tedeschi del KPD (Spartakusbund-Lega di Spartaco), presentato al Congresso di fondazione, il 1 gennaio del 1919. In Germania la rivoluzione democratica ha abbattuto il vecchio potere guglielmino, sconfitto sui campi di battaglia; ora la componente comunista del movimento operaio tedesco, guidata da Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, indica nella presa del potere da parte dei Consigli degli operai e dei soldati, la strada per completare la Rivoluzione del novembre 1918 e proseguire verso quella mondiale, iniziata con la presa del potere da parte dei bolscevichi e la conseguente guerra civile.

Le Miroir N° 268 del 12 gennaio 1919, entrata della guardia prussiana a Berlino e manifestazione di sottufficiali contro il governo socialdemocratico. Sono gli ufficiali e i sottufficiali smobilitati che forniscono ai “corpi franchi” i quadri dirigenti per compiere la repressione del movimento insurrezionale organizzato dai comunisti spartachisti.



Il tentativo rivoluzionario fallisce: il proletariato tedesco rimane sostanzialmente fedele alla socialdemocrazia ora la governo e decisa a stroncare ad ogni costo il tentativo rivoluzionario.
Gli spartachisti sono sconfitti in poche ore e i due capi rivoluzionari assassinati, il governo socialdemocratico presieduto da Ebert affida il compito di ristabilire un ordine precario e inquieto ad ufficiali del vecchio esercito prussiano che covano il rancore per la cosiddetta pugnalata alle spalle, sferrata, a loro parere, da disfattisti, operai socialdemocratici ed ebrei.
[Per comprendere lo spirito dei componenti di quelli che passeranno alla storia come i Corpi Franchi del Baltico è fondamentale la lettura del romanzo autobiografico di Ernest Von Salomon, I Proscritti. L’autore, membro dei gruppi paramilitari di estrema destra e coinvolto nell’assassinio del Ministro degli Esteri della Repubblica di Weimar, Walther Rathenau, descrive con uno stile assai crudo la guerra civile che si scatenò in Germania all’indomani dell’11 novembre 1918. Il tono eroico e insieme disperato del romanzo, fanno di quest’opera un documento umano di grande valore per la comprensione degli eventi successivi nella storia tedesca fra le due guerre. I Proscritti è divenuto nel tempo, uno dei testi di culto per i gruppi di destra e di estrema destra in Europa.]
Su Le Miroir grande risalto viene dato agli avvenimenti tedeschi delle prime settimane del 1919.

Le Miroir N° 270 del 26 gennaio 1919, un soldato presiede la sfilata delle truppe al rientro dal fronte ad Amburgo. Il commento a questa fotografia sottolinea come i ruoli nell’esercito si stiano capovolgendo: gli ufficiali devono far posto ai soldati semplici. Questa idea di disordine nella tradizionale scala gerarchica, era già stata avanzata nei commenti alle immagini che provenivano dalla Russia rivoluzionaria.



Alcune delle fotografie di Le Miroir fanno parte della storia del Ventesimo secolo: i soldati armati insieme agli operai, la folla che ascolta i comizi, i combattimenti per le strade di Berlino, una grande autoblindo che apre il fuoco sugli spartachisti, le vittime e i funerali dei capi rivoluzionari uccisi, l’ultima fotografia di Kurt Eisner, presidente della Repubblica Bavarese dei Consigli ucciso dal nazionalista conte Arno Valley, le manifestazioni contro i primi tentativi della destra nazionalista di prendere il potere (putsch di Kapp). Sono questi i momenti in cui la fotografia riesce a sintetizzare in alcuni “scatti” una crisi profonda in cui si pongono i presupposti per quel processo politico-culturale che il regista svedese Ingmar Bergman ha raccontato in un film dedicato alla Germania degli anni Venti, “L’uovo del serpente”.

Le Miroir N° 272 del 9 febbraio 1919, un autoblindo governativa interviene contro gli spartachisti a Berlino.



Le Miroir N° 269 del 19 gennaio 1919, un’altra autoblindo su cui è stata issata una bandiera rossa da parte degli spartachisti.



Nelle didascalie che accompagnano queste fotografie c’è un certo compiacimento per la situazione in cui è precipitata la Germania, è unito al timore che il movimento rivoluzionario possa guadagnare terreno e alla soddisfazione per il successo delle forze moderate.

Le Miroir N° 274 del 23 febbraio 1919, la folla assiste ai funerali di Karl Liebkecht. Nonostante la sconfitta qui si può notare una vasta partecipazione popolare. La repressione del movimento spartachista da parte del governo socialdemocratico di Ebert e Noske, peserà profondamente nella storia futura dei due partiti della sinistra tedesca. La divisione e l’accusa di social fascismo, rivolta dai comunisti ai socialdemocratici favorirà la vittoria del nazionalsocialismo all’inizio degli anni Trenta.



Le fotografie che abbiamo visto in questo primo capitolo dedicato alla Germania nel 1919, s’inseriscono in quell’enorme flusso di immagini che ormai sta invadendo i quattro angoli della terra. Le Miroir pubblica con qualche settimana di ritardo le fotografie che giungono dalle agenzie e descrivono una situazione che potrebbe anche riportare la Germania nell’argine di ordine borghese e moderato auspicato da Francia e Gran Bretagna, ma non sarà così. Nel secondo capitolo concentreremo l’attenzione su una fotografia che riguarda la crisi tedesca, ma che può assumere significati più generali per l’uomo europeo all’indomani della Grande Guerra.

venerdì 2 novembre 2012

Il dopoguerra, l’inquietudine nelle fotografie di Le Miroir e in alcune pagine della letteratura.

Prima parte.
Vincitori e vinti
Il numero 259 di Le Miroir è datato 10 novembre 1918: il giorno dopo la guerra finisce, alle 11 del mattino. Sino a quell’ora ci saranno altre vittime in inutili tentativi di assicurarsi posizioni di vantaggio. Soldati e ufficiali dall’una e dall’altra parte cadono anche qualche minuto prima della cessazione delle ostilità.
Sul questo numero della rivista appaiono due fotografie, che meglio di altre riassumono l’idea della sconfitta tedesca e della vittoria dei soldati dell’Intesa.
La copertina mostra l’immagine cruda di guerra vera con un povero essere accartocciato: è un mitragliere tedesco accanto al suo strumento di morte ormai inservibile.
La Germania ha perso lo scontro per l’egemonia mondiale: nonostante l’ultima offensiva, i suoi uomini giacciono come povere cose in fondo alle trincee e nei ricoveri.

Le Miroir N° 259, 10 novembre 1918



Le Miroir N° 259, 10 novembre 1918



Nel paginone centrale una grande fotografia con l’esultanza dei soldati del Regno Unito a Saint Quentin liberata. E’ gente che esulta, sa che la guerra sta per finire e attende con ansia il segnale del cessate il fuoco. Hanno vinto, vogliono tornare a casa e sono stanchi di sangue, ma per il momento il nemico è ancora dinnanzi a loro e il compito è quello di proseguire la marcia per la vittoria finale. Stanno incalzando un avversario che si è battuto come un leone, si ritira nel massimo ordine e distrugge tutto quello che lascia alle spalle.
In qualche modo i vinti e i vincitori hanno cambiato il mondo: di quello che avevano conosciuto prima del 1914 non resterà nulla, se non il rimpianto per un’epoca che come tutti i finis entra nella leggenda.
Lo scrittore americano Francis Scott Fitzgerald in Tenera è la notte (prima stesura 1925), rivisiterà quel mondo scomparso con poche e significative righe scritte raccontando la visita dei personaggi del suo romanzo nei luoghi dove oggi sorgono i più importanti siti della memoria, consacrati ai combattenti inglesi e dei Dominions che vi lasciarono la vita: Beaumont Hamel e Thiepval.
“Dick svoltò l’angolo della traversa e continuò a percorrere la trincea. Giunse al periscopio, vi applicò l’occhio un momento, poi salì sul gradino e si sporse dal parapetto. Davanti a lui, sotto un cielo cupo, era Beaumont Hamel; alla sinistra la tragica collina di Thiepval. Dick la fissò attraverso il binocolo, con la gola chiusa di tristezza[…]
-Questa terra costò settanta vite umane al metro quell’estate. - disse a Rosemary[…]
-E’ morta tanta gente, da allora, e presto saremo morti tutti.- disse Abe con fare consolante.
Rosemary aspettò intensamente che Dick continuasse.
-Guarda quel ruscelletto: potremmo raggiungerlo in due minuti. C’è voluto un mese per gli inglesi per raggiungerlo: un intero impero che camminava molto lentamente, moriva sul fronte, e avanzava passo passo. E un altro impero indietreggiava, molto lentamente, qualche centimetro al giorno, lasciando i morti come un milione di tappeti insanguinati. Nessun europeo di questa generazione lo farebbe di nuovo. -
-Come, hanno appena smesso in Turchia. - disse Abe.
-E in Marocco…-
-E’ diverso. Quest’affare del fronte occidentale, non si potrebbe fare da capo, almeno per un pezzo. I giovani credono che potrebbero farlo, ma non è vero. Potrebbero combattere da capo la prima battaglia della Marna, ma non questa. Questa implicava religione e anni di abbondanza e tremende certezze e rapporti esatti che esistevano tra le classi. I russi e gli italiani non fecero niente di buono su questo fronte. Bisognava avere un equipaggiamento sentimentale tutto anima, capace di andare indietro più di quanto si potesse ricordare. Bisognava ricordare il Natale, e le cartoline del Kronprinz con la sua fidanzata e i caffeucci di Valencia e le birrerie dell’Unter den Linden e i matrimoni al Municipio e il Derby, e le basette del nonno.-
-Il generale Grant inventò questo tipo di battaglia a Petersburg nel '65.-
-No, non è vero: ha soltanto inventato il macello in massa. Questa specie di battaglia è stata inventata da Lewis Carrol e Jules Verne, da quello che ha scritto Undine e dai diaconi di campagna che giocano alle bocce, dalle madrine di Marsiglia e dalle ragazze sedotte nei vicoli del Wuttemberg e della Westfalia. E’ stata una guerra d’amore: un secolo d’amore borghese. E’ stata l’ultima guerra d’amore.-
-Dovresti offrire questa battaglia a David H. Lawrence . - disse Abe.
-Tutto il mio mondo sicuro è scoppiato qui in un gran turbine d’amore ad alto esplosivo. - insisté Dick.
[da Tenera è la notte di F. Scott Fitzgerald, pagg. 118-119, Ed. Oscar Mondadori, 1969]
Gli storici, i sociologi, gli studiosi di psicologia di massa hanno sottolineato come nella coscienza degli uomini che parteciparono al conflitto si fosse sedimentato un profondo turbamento che non si cancellò mai.
I soldati che si sono battuti su tutti i fronti hanno vissuto un’esperienza, in qualche modo indimenticabile. Sono stati attori e vittime di una tragedia epocale e che lascia un segno indelebile.
Lo storico Eric J.Leed nel suo Terra di nessuno, un testo fondamentale per la comprensione dei risvolti psicologici di chi partecipò e sopravvisse alla Grande Guerra, ha scritto:
“La casualità della morte al fronte, il carattere impersonale della violenza, erano accompagnate dal riconoscimento che ci fossero uomini dietro queste macchine, uomini che avevano scatenato e continuavano questa guerra, uomini che perseguivano la morte dei soldati immobilizzati nelle trincee. Questa combinazione di casualità, impersonalità, e volontà umana dietro la violenza tecnologizzata della guerra, rappresentava il fattore demolitore delle difese psichiche dei combattenti. Robert Graves sostenne che chiunque avesse trascorso più di tre mesi sotto il fuoco di prima linea poteva essere legittimamente considerato un nevrastenico.”
[da Terra di nessuno di E. J. Leed, pag. 238, Ed. Il Mulino, 1985]
Robert Graves, l’autore di "Io Claudio", parla a ragion veduta: ha sperimentato sulla propria pelle cosa vuol dire essere sottoposti al fuoco di sbarramento durante o prima di un’offensiva.
La condizione del soldato al fronte e la sua tensione psicologica sono descritte in modo efficace nei versi di un altro poeta inglese della Grande Guerra, Siegfried Sassoon.
"I soldati sono cittadini del paese grigio della morte,
Non traggono dividendi di domani dal tempo.
Nella grande ora del destino essi stanno,
Ciascuno con le sue avversioni, e gelosie, e dolori.
Con la loro vita in un culmine fatale e fiammeggiante.
I soldati sono sognatori; quando i cannoni prendono a tuonare
Pensano a focolari accesi, candidi letti, e spose.
Li vedo nei ricoveri immondi, rosi dai topi,
Nelle trincee sconvolte, frustati dalla pioggia,
Sognare ciò che un tempo facevano con racchette e palle.
Beffati dal vano desiderio di riavere
Giorni di vacanza, e spettacoli, e uose,
E di andare all’ufficio in ferrovia.
[da Sognatori di S. Sassoon]
Questo accumulo di tensione che i soldati si portano dietro ritornando alle loro case si scarica nelle vicende politiche e sociali dei mesi, degli anni successivi alla Grande Guerra. La pace, insieme alle manifestazioni di esultanza, di gioia e di lutto, produce inquietudine. E’ attorno a questa parola che occorre ragionare osservando alcune fotografie pubblicate da Le Miroir nel periodo precedente la sua trasformazione in un giornale sportivo illustrato.

sabato 13 ottobre 2012

Gallipoli 1915 Seconda parte

Le Miroir 1915, soldati senegalesi nelle trinccee di Gallipoli



Il significato della spedizione di Gallipoli
Australiani, neozelandesi, africani, turchi, ufficiali tedeschi…Insieme a inglesi e francesi sulla Penisola di Gallipoli ci sono soldati che provengono da lontani continenti del pianeta. Di fatto a Gallipoli, per ragioni legate alla situazione geopolitica dell’epoca, “età degli imperi”, avviene la sperimentazione della dimensione mondiale del conflitto. Cosa che si preciserà negli anni seguenti.

Le Miroir 1915, australiani sulle spiagge di Gallipoli



Gli avvenimenti militari si esauriscono alla fine del 1915, ma in seguito a questo tentativo di sbloccare la guerra impantanata nelle trincee del Fronte Occidentale, si compie un vero e proprio salto che porta uomini provenienti da altri continenti a combattere una guerra che sino a quel momento è essenzialmente europea. E’ sulle spiagge della penisola di Gallipoli che comincia a formarsi, drammaticamente, quella coscienza nazionale dei popoli che facevano parte dei grandi imperi coloniali, ad esempio gli Australiani.
E’ difficile dire come la fotografie restituiscano tutto questo: esse mostrano i soldati che si rintanano nelle trincee sotto un sole implacabile, i morti davanti al filo spinato e un altro aspetto della guerra, il genocidio degli Armeni da parte dei turchi.
Gli Armeni in fuga
Ancora una volta in Turchia, gli Armeni vengono accusati di collusione con il nemico esterno e sterminati con atroci sofferenze, accompagnate da stupri, marce della morte, vendita di bambini e uccisioni di massa.
La rivista Le Miroir documenta il salvataggio di donne e bambini armeni a bordo di navi francesi


Le Miroir 1915, donne e bambini armeni sull’incrociatore Foudre



Così la rivista informa i francesi di ciò che sta accedendo in Turchia.
“In seguito all’irresistibile avanzata nel Cucaso delle truppe russe, composte su questo fronte quasi esclusivamente da Armeni, i Turchi hanno massacrato centinaia di migliaia di Armeni di Turchia. Tre nostri incrociatori, il Foudre, il Guichen e il Destrèes, sono riusciti ad imbarcare nella baia di Antiochia, quattromila di questi disgraziati che sono stati trasferiti ad Alessandria. Le nostre fotografie li ritraggono sul ponte del Foudre, al momento dello sbarco in Egitto.”
L’immagine della morte
Francia e Inghilterra hanno sottovalutato la capacità dei Turchi di combattere e di resistere: gli assalti e le controffensive turche riescono a rintuzzare i tentativi di avanzata franco-britannica sul territorio della penisola di Gallipoli. E’ stato calcolato che fra i caduti dell’Impero Ottomano ci siano stati circa 250.000 uomini. Ancora una volta la fotografia documenta questo massacro, non sono fotografie diverse da altre eseguite sul Fronte Occidentale e si aggiungono a quell’immagine inedita della violenza e della morte, provocata dalla guerra che riviste come Le Miroir contribuiscono a diffondere.
Le Miroir documenta una situazione che presto diventerà insostenibile a causa dei cadaveri abbandonati a marcire al sole e coperti di mosche.

Le Miroir 1915, soldati turchi uccisi davanti alle trincee di Krithia



La rivista francese addossa alla conduzione dell’esercito turco da parte dei tedeschi, la responsabilità di tante vittime.
“Nei loro attacchi a ranghi serrati, alla tedesca, i Turchi subiscono perdite enormi. In più di 100.000 sono caduti nella penisola di Gallipoli, e gli ospedali di Costantinopoli rigurgitano di feriti. Questi uomini si battono con coraggio, ma l’ardore dei nostri Senegalesi, marocchini, australiani e hindu è senza eguali. Le istantanee che riproduciamo sono state eseguite in prima linea davanti a Krithia, dopo un violento combattimento all’arma bianca.”
C’è nel commento il riconoscimento del valore dei turchi e questo fatto è il sintomo di una valutazione negativa sulle possibilità concludere con successo l’impresa. Una fotografia mostra un momento dell’armistizio concordato per la raccolta e la sepoltura dei cadaveri.

Le miroir 1915, armistizio per la raccolta e sepoltura dei cadaveri



Questa fotografia viene pubblicata sulla copertina del numero 108 del 19 dicembre 1915 con un notevole ritardo sugli avvenimenti, tra settembre e gennaio del 1916 è stata completata l’evacuazione del corpo di spedizione dalla penisola di Gallipoli: l’operazione è stata un fallimento.
Alla guerra come ad un’allegra avventura
Accanto al riconoscimento del valore dei turchi, nei commenti e nelle fotografie c’è anche una certa immagine dei soldati australiani che si sono arruolati e sono partiti per l’Europa come se andassero verso una grande e spensierata avventura. Una fotografia mostra dei soldati francesi che si gettano in mare per una fresca nuotata, nella didascalia si parla di gare di nuoto organizzate dagli australiani.

Le Miroir 1915, gara di tuffo nel mare davanti a Mudros



Così la rivista francese commenta questa fotografia definita divertente.
“Il bagno è la distrazione favorita dei soldati e dei marinai del corpo di spedizione in Oriente. Durante il gran caldo dell’estate è stato per loro un piacere e un ristoro bagnarsi più volte al giorno nell’acqua fresca. Come i loro compagni della marina e dell’esercito britannico, e principalmente gli Australiani, hanno organizzato dei concorsi di nuoto e di tuffi molto combattuti. Questa fotografia divertente è stata eseguita nella rada di Mudros, dal ponte di una delle nostre navi da guerra.”
Le operazioni militari subiscono una fase di stallo nel corso dell’estate quando falliscono gli attacchi verso Krithia e sull’altopiano di Achi Baba, anche il tentativo di sbarco sulla Baia di Sulva non consegue gli obbiettivi: i turchi o riescono a resistere oppure passano alla controffensiva e con successo.
Una fotografia che potrebbe esser stata eseguita sul Fronte Occidentale, mostra un posto di soccorso in una trincea davanti ad Achi Baba.

La Miroir 1915, un posto di soccorso francese davanti alle alture di Achi-Baba



Le Miroir non nasconde le difficoltà a Gallipoli.
“La cresta di Achi-Baba, fortificata dai germano-turchi,costituisce un ostacolo formidabile per gli alleati nella penisola di Gallipoli…un posto di soccorso nelle nostre linee, i primi feriti arrivano.”
C’è una fotografia che potrebbe sintetizzare ciò che abbiamo tentato di raccontare? Forse l’immagine che resterà per sempre nella memoria di chi oggi ripercorre la storia della spedizione di Gallipoli è quella di una spiaggia rocciosa su cui si accalcano uomini e materiali, inchiodati a rimanere in basso sotto il fuoco delle mitragliatrici. Nel 1915 il paesaggio di guerra non cambia, è caratterizzato dall’immobilità, con la variante del mare sullo sfondo.

stefanoviaggio@yahoo.it

mercoledì 26 settembre 2012

Gallipoli 1915 Prima parte




Sur le vif 1915
“Una nave da trasporto sbarca, come grappoli umani tra i calanchi, le truppe agguerrite che provengono dall’Australia.”






L’idea della spedizione di Gallipoli

La spedizione di Gallipoli fu uno dei più grandi insuccessi dell’Intesa nel corso della Prima Guerra Mondiale.
Seguiremo le diverse fasi di questo avvenimento attraverso alcune fotografie pubblicate nel corso del 1915.
All’inizio del 1915 si fece largo nelle alte sfere politico-militari britanniche l’idea di spostare il teatro di guerra dai fronti occidentale ed orientale e debellare in un colpo l’Impero Ottomano, entrato nel conflitto a fianco degli Imperi Centrali.
In questo modo si sarebbe sbloccato il Mar Nero e minacciata l’Austria-Ungheria dai Balcani.
Il progetto corrispondeva all’ esigenza di aiutare l’Impero zarista che tra la fine del 1914 e l’inizio del 1915, aveva subito dure sconfitte con un alto numero di perdite; i generali dell’Intesa guardavano sconsolati le trincee del fronte occidentale e non vedevano strade per sbloccare la situazione di stallo che si era venuta a creare, inoltre bisognava convincere l’Italia ad entrare in guerra contro Austria e Germania e intimorire la Bulgaria e la Romania. A tutto questo bisogna aggiungere le mire imperialiste di Francia e Inghilterra che guardavano all’Impero Ottomano come una grande torta da spartire, con un occhio particolare alla questione del petrolio in quello che sarebbe diventato l’odierno Irak.
Sulla spedizione di Gallipoli vennero riposte grandi speranze, ma tutto si risolse in un inutile massacro. L’Italia entrò in guerra solo contro l’Austria quando sembrava che l’attacco contro la Turchia avesse possibilità di successo, ma la Bulgaria, nel momento in cui fu chiaro che gli anglo-francesi non riuscivano a conseguire l’obbiettivo di occupare Istambul ed entrare nel Mar Nero, entrò in guerra a fianco degli Imperi Centrali.
L’avventura anglo-francese a Gallipoli fece una vittima illustre: Winston Churchill, a quel tempo Primo Lord dell’Ammiragliato. Churchill aveva sostenuto la spedizione anche quando era chiaro che non avrebbe portato ad alcun risultato e alla fine dovette dimettersi: si arruolò e andò a combattere nelle trincee di Fiandra. La sua idea su Gallipoli era certamente coraggiosa e innovativa, ma ebbe scarso appoggio e la spedizione fu organizzata in modo confuso.
Churchill aveva pensato anche a rudimentali carri armati per sbloccare la guerra di trincea, ma nel 1915 nessuno gli diede ascolto.
Un cattivo inizio
Dopo un primo bombardamento navale contro le vecchie fortezze turche a guardia dello stretto dei Dardanelli, il 19 marzo 1915 una squadra navale anglo-francese tenta di raggiungere il Mar di Marmara, ma incappa in uno sbarramento di mine che in precedenza non era stato eliminato. Due corazzate inglesi e una francese colano a picco con un elevato numero di vittime.
Con una sequenza di due fotografie la rivista francese Sur le vif racconta l’affondamento della corazzata Bouvet.
Nella prima immagine la corazzata ha appena urtato la mina e già si leva il fumo dell’esplosione. In un riquadro, la nave è mostrata in piena efficienza mentre naviga verso i Dardanelli.

Sur le vif 1915
La seconda fotografia, come la prima, ha una crocetta in corrispondenza della linea di costa. La didascalia così commenta la fine del Bouvet:
“La seconda rappresenta la catastrofe, quando la nave cola a picco tra le grida dell’equipaggio che urla -Viva la Francia!-. Se si cerca sulle fotografie la linea della costa (evidenziata dalla crocetta), si constata che le Bouvet ha avuto il tempo di percorrere soltanto la metà della sua lunghezza, prima di affondare. Solo qualche secondo è passato tra l’esplosione della mina e la distruzione della nave gloriosa.”

Sur le vif 1915
A parte l’evidente (e macabra) forzatura sui marinai che gridano “Viva la Francia” mentre vanno incontro all’annegamento, colpisce l’attenzione alla dinamica fotografica dell’evento che la rivista cerca di mostrare in presa diretta, invitando il lettore a constatare la rapidità con cui la nave è affondata. E’ come se si dovesse trovare una giustificazione del disastro nella potenza della mina posata dai turchi con l’aiuto dei tedeschi.
Lo sbarco sulla Penisola di Gallipoli
Il comando della spedizione è affidato ad un generale che ha combattuto nella guerra anglo-boera del 1900, Sir Ian Hamilton, a fronteggiarlo ci sono i turchi diretti da un tedesco, il generale Otto Liman von Sanders. Tra gli ufficiali turchi c’è Mustafà Kemal: ha partecipato al movimento dei Giovani Turchi e sarà l’anima della resistenza. Nel dopoguerra Mustafà Kemal diventerà il capo della nuova Turchia con il nome di Ataturk, “padre di tutti i turchi”.
Tra il 25 e il 26 aprile avviene la prima operazione anfibia in grande stile nella storia della guerra moderna, ma è confusa e mal diretta: si scontra con un’inaspettata resistenza turca.
E’ a questo punto che le fotografie cominciano a mostrare spiagge su cui si accalcano centinaia di soldati che sotto un sole cocente cercano di accamparsi e ripararsi sotto il tiro incrociato di mitragliatrici e fucili turchi.


Sur le vif 1915



Così la rivista commenta l'immagine che presentiamo sopra:
“Massa di prigionieri ottomani portati su una spiaggia della penisola di Gallipoli pronti ad essere imbarcati e trasportati a Tènèdos. Si tratta soltanto di una piccola parte dei soldati turchi catturati nei primi giorni dello sbarco.”
All’inizio e come al solito, vengono mostrati i prigionieri , ma ben presto verranno mostrati i soldati del corpo di spedizione aggrappati a queste spiagge desolate.

Sur le vif 1915
“Cratere prodotto da una grossa mina tedesca nelle nostre linee.”



Di fatto la spedizione di Gallipoli si trasforma in una guerra di trincea con i turchi dall’alto e il corpo di spedizione in basso che, nonostante le continue offensive frontali, non riesce ad andare avanti. Un ruolo importante in questa vicenda lo avranno gli australiani e i neozelandesi, inquadrati nell’ANZAC ( Australian New Zeland Army Corps),

Sur le vif 1915
“Infermieri australiani che trasportano dall’infermeria di campo alla spiaggia per poi imbarcarli sulle navi.”



stefanoviaggio@yahoo.it

giovedì 6 settembre 2012

Ypres: fotografie dall’In Flanders' Fields Museum



In Flanders' Fields Museum, cane di trincea impagliato. Il museo non ha voluto dimenticare i tanti animali che furono vittime della guerra e condivisero con gli uomini i rischi e la morte nelle trincee. Fotografia di Stefano Viaggio, agosto 2012



Cosa resta oggi della Prima Guerra Mondiale? I siti storici dei campi di battaglia sparsi per mezza Europa, i cimiteri di guerra, i monumenti ai caduti, i musei, un numero incalcolabile di fotografie e cartoline, riviste e giornali invecchiati dal tempo, ma di grande interesse storico e iconografico, un’immensa bibliografia che comprende la memorialistica di coloro che parteciparono agli avvenimenti e, infine, alcune città divenute simbolo della guerra, tra queste c’è Ypres.


In Flanders' Fields Museum, soldato del 1914. Questo ritratto in grande formato è uno dei tentativi per cercare di creare un ponte tra i soldati che vissero il dramma del saliente di Ypres e il visitatore. Quest’uomo, forse appena richiamato alle armi, ci guarda da una distanza di quasi cento anni. Fotografia di Stefano Viaggio, agosto 2012



Si dice che non ci sia una pietra di Ypres anteriore al 1920: probabilmente è vero, perché la cittadina delle Fiandre venne completamente rasa al suolo. Importanti monumenti del passato medievale vennero distrutti, tra questi la Alle aux draps. Ypres è stata completamente ricostruita cercando di rispettare l’antico impianto urbano della città.


In Flanders' Fields Museum, archelogia della guerra. Coltelli, forchette, forbici, chiavi…come in una moderna Pompei, ad Ypres sono stati ritrovati gli utensili con cui i soldati cercavano di sopravvivere. E’ un’importante testimonianza di cultura materiale che la guerra ci ha lasciato in eredità. Fotografia di Stefano Viaggio, agosto 2012



Ad Ypres, dal 1935, con l’interruzione degli anni della seconda guerra mondiale, alla Porta di Menin ogni sera, alle 20 e 30, viene suonato il silenzio militare e una folla si riunisce per assistere alla cerimonia.
Per lo più si tratta di turisti, ma spesso ci sono delegazioni che giungono da quei quattro angoli della terra che erano parte dell’Impero Britannico all’inizio del Novecento.
Dalla Porta di Menin i soldati partivano per andare in prima linea: inglesi, canadesi, australiani, neozelandesi, indiani, africani. Di fronte a loro c’erano i tedeschi, anche Hitler combatté davanti ad Ypres.

In Flanders' Fields Museum, divise ed equipaggiamento dell’esercito britannico. La nuova impostazione del museo non presenta ricostruzioni con manichini e scene nel vecchio stile del diorama, ma una serie di divise appartenenti agli eserciti che combatterono attorno ad Ypres. Colpisce lo sguardo l’assenza del corpo, quasi come un grande catalogo di spettri. Fotografia di Stefano Viaggio, agosto 2012



Sul “saliente di Ypres” morirono circa 3 milioni di uomini, dal 1914 al 1918.
Luogo strategico per fermare l’avanzata germanica verso i porti francesi della Manica, un fatto che avrebbe consentito alle armate del kaiser di minacciare l’invasione della Gran Bretagna, sul “saliente di Ypres” si combatterono quattro battaglie: la prima nell’autunno del 1914, la seconda nella primavera del 1915, la terza nell’estate-autunno del 1917, la quarta nell’estate del 1918.

In Flanders' Fields Museum, arto artificiale e quaderno da disegno. Un soldato soccorre un suo compagno ferito, in questo semplice schizzo a carboncino si esprime il profondo legame che si creò fra i combattenti della prima guerra mondiale, fra i vivi e i morti, tra coloro che si salvarono e quelli che tornarono a casa profondamente segnati nel loro corpo. Fotografia di Stefano Viaggio, agosto 2012



1914: la prima battaglia di Ypres arrestò l’avanzata tedesca e si svolse nel corso della cosiddetta “corsa al mare”.
1915: la seconda fu scatenata dai tedeschi con l’impiego dei gas asfissianti, ma la nuova arma non fu sfruttata in profondità e l’offensiva si esaurì senza risultati.
1917: la terza fu voluta dal generale Douglas Haig, comandante in capo dall’esercito dell’Impero Britannico, e si protrasse sino all’autunno del 1917, con i soldati che combattevano immersi nel fango. Non portò allo sfondamento del fronte tedesco in Belgio e, insieme all’offensiva sulla Somme del 1916, fu uno dei più gravi disastri nella storia militare della Gran Bretagna.
1918: la quarta si svolse durante l’ultima grande (e disperata) offensiva con cui Ludendorf cercò di vincere la guerra: dopo un primo successo iniziale per i tedeschi, l’offensiva esaurì il suo slancio e si trasformò in rotta sino alla sconfitta finale.

In Flanders' Fields Museum. Una fotografia in grande formato campeggia su un pannello luminoso: i soldati britannici stanno combattendo la Terza Battaglia di Ypres, sotto la pioggia e nel fango. Fotografia di Stefano Viaggio, agosto 2012



Ad Ypres c’è l’In Flanders' Fields Museum che a livello mondiale è una delle più importanti istituzioni per lo studio e la conoscenza della Prima Guerra Mondiale.


In Flanders' Fields Museum, reperti dell’assistenza sanitaria. L’organizzazione sanitaria spesso si rivelò insufficiente e la medicina del tempo a fatica comprese le nuove esigenze imposte dalla guerra industriale. Oggi molti studi sono stati pubblicati sulla sanità nel corso della Grande Guerra. Fotografia di Stefano Viaggio, agosto 2012



Il museo ha riaperto i battenti questa estate dopo due anni di chiusura ed ha subito una profonda revisione dell’immagine della guerra proposta ai visitatori che, nel corso degli anni, hanno superato il milione di persone.

In Flanders' Fields Museum, ricostruzione filmica di una testimonianza sulla guerra. Nel museo rinnovato, diversi filmati con attori in divisa raccontano al visitatore la guerra quotidiana. Abbiamo colto questa immagine riflessa nell’arco gotico di una grande finestra dell’Alle aoux draps. Fotografia di Stefano Viaggio, agosto 2012



Non è la prima volta che visitiamo l’In Flanders' Fields Museum, ci siamo tornati nel mese di agosto e proponiamo alcune fotografie eseguite lungo un percorso museale che conduce dalla Belle Epoque sino alla Ypres di oggi, definita “città della pace”.

In Flanders' Fields Museum, fotografie di uomini sfigurati. Questi volti ci osservano dall’alto di una piccola sezione distinta e appartata. Gli uomini sfigurati nel volto oggi vengono ricordati come una delle eredità più drammatiche della guerra. Il loro trauma fu vissuto nell’isolamento da una società europea che cercava di dimenticare la guerra. Fotografia di Stefano Viaggio, agosto 2012



Le fotografie cercano di restituire un’atmosfera cupa, in sintonia con l’immagine che gli organizzatori hanno voluto dare del dramma collettivo che si svolse attorno ad Ypres.

In Flanders' Fields Museum, la sezione dedicata alle maschere antigas. La maschera antigas è presente in tutti i musei della prima guerra mondiale, nel museo di Ypres occupano un posto importante e il gioco di luci le fa apparire come uno strumento sinistro di un mondo fantastico. Fotografia di Stefano Viaggio, agosto 2012



Rispetto alla precedente organizzazione museale, il museo di oggi ci è sembrato un luogo in cui trionfano le tecnologie multimediali sacrificando emozioni provocate da alcuni effetti sonori, ad esempio l’esplosione improvvisa di una granata da 420 mm che ti lascia attonito al solo pensiero di essere esposti per una settimana intera ad un bombardamento di questo tipo.
Non abbiamo udito il grido disperato del poeta inglese Wilfred Owen sul gas asfissiante che avvolge i suoi compagni, non ci ha accolto all’ingresso del museo una frase di H.G. Wells sulla guerra che inconsciamente tutti gli europei attendevano.

In Flanders' Fields Museum, resti umani ritrovati in un cratere o in una trincea. Attorno ad Ypres ancora si continua a scavare, ancora emergono corpi di uomini a cui si tenta faticosamente di dare un nome. Fotografia di Stefano Viaggio, agosto 2012



Meno emozioni e più video, meno ricostruzioni vecchio stile diorama e più oggetti ritrovati in un immenso parco archeologico nei dintorni della città, nelle trincee cancellate da un secolo fatto di altra storia, di altra guerra e di un faticoso risollevarsi della gente che vive in una terra ancora avvelenata da milioni di bombe.

In Flanders' Fields Museum, archeologia della guerra. Cosa resta della guerra? Ferro ricoperto coperto di ruggine che pure bisogna conservare per ricordare. Fotografia di Stefano Viaggio, agosto 2012



Ma al di là di queste impressioni personali, l’In Flanders' Fields Museum è un luogo da visitare per comprendere non solo e non tanto cosa fu la Prima Guerra Mondiale sul Fronte Occidentale, ma anche come si organizza una ricerca di immagine che si traduce in vera e propria didattica della storia al fine di far conoscere un avvenimento fondamentale per l’umanità, presentato ai visitatori in termini moderni e in sintonia con le nuove tecnologie.

In Flanders' Fields Museum. Una visitatrice accanto ad una fotografia in grande formato di soldati tedeschi. Fotografia di Stefano Viaggio, agosto 2012






sabato 28 luglio 2012

Cartoline di guerra Le immagini e i testi Seconda parte

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale la produzione di cartoline in serie e riguardanti temi specifici non era una novità; questo fatto era stato preceduto dalla fotografia che aveva illustrato monumenti e opere d’arte, diffuso volti di personaggi famosi (ad esempio gli attori) e scene in cui venivano ricostruite particolari situazioni.
La stereoscopia era stata la forma per cui vere e proprie storie erano state raccontate attraverso due fotografie identiche e realizzate con un’apposita macchina stereoscopica. Una storia suddivisa in più stereoscopie, come le inquadrature di un film, veniva vista in casa propria attraverso un visore la cui qualità differiva a seconda del costo.

Stereoscopia americana con la presentazione del neonato al padre, è compresa in una serie dedicata ad una storia famigliare




La produzione seriale aveva diffuso anche una versione militare: la fotografia aveva raccontato con riproduzioni di opere pittoriche, le grandi battaglie del XIX° secolo e fatto conoscere i volti di generali e teste coronate che prima del lungo quarantennio di pace in Europa, seguito alla guerra franco-prussiana del 1870, avevano combattuto sui campi di battaglia per la conquista dell’egemonia sul vecchio continente.

Cartolina sulla Battaglia di Rezonville, da un quadro di Albert Morot, guerra Franco-Prussiana del 1870






Alla cartolina toccò il compito di estremizzare questo processo culturale e commerciale.
La cartolina divenne ben presto una vera e propria industria, un mezzo popolare di portata straordinaria per diffondere non solo messaggi tra le persone, ma icone di carattere visivo che dovevano restare nell’immaginario collettivo e individuale.

Cartolina in cui due sposi ricordano il momento del fidanzamento, si noti la messa in scena fotografica



La guerra mondiale portò alle estreme conseguenze il ruolo della cartolina postale che fu prodotta nell’ordine di milioni di copie; non è stato mai fatto un computo preciso di quante cartoline con al centro il tema della guerra furono stampate, vendute, inviate e conservate. Pensiamo che fossero nell’ordine di milioni.
La guerra creò l’abitudine a consumare un racconto estremamente sintetico che attenuò gli aspetti più duri della guerra. Lo storico George L. Mosse ha parlato di banalizzazione della guerra attraverso numerosi oggetti di consumo popolare: uno di questi, e fra i più importanti, fu proprio la cartolina postale.

Cartolina francese con un soldato in trincea che sogna sua moglie, nella didascalia: “con il cuore e il pensiero, sono sempre vicino a te”



Una fotografia e un illustrazione dovevano dire in un’unica immagine molte più cose che non un bollettino militare o un articolo di giornale, strumenti di comunicazione e diffusione delle notizie destinati ad un pubblico culturalmente più colto o più avvezzo a leggere tra le righe anche notizie che riguardavano false vittorie o avanzate che si riducevano a poche centinaia di metri di terreno conquistato al nemico.
La caratteristica di ammorbidimento della realtà della guerra favorì il fatto che soldati e famiglie si abituassero a spedire le cartoline che c’erano a disposizione, senza preoccuparsi molto dell’immagine che riproducevano: erano cartoline e niente più. Venivano definite “illustrate” per sottolineare il fatto che si inviava qualcosa di scritto con un messaggio ritenuto più rapido e meno faticoso di una lettera che invece richiedeva il tempo e la capacità necessaria per scriverla.
Un vigoroso alpino schiaccia Francesco Giuseppe: l’imperatore austroungarico è ridotto a un essere lillipuziano per rappresentare i primi passi degli italiani per la liberazione delle “terre irredente”. Questa cartolina proviene dalla corrispondenza della famiglia Mizzoni e sul retro ci sono i saluti di Luigi al fratello di Giuseppe che è al fronte. Venne spedita il 16 novembre 1915. A quella data i primi passi della conquista italiana si erano rivelati ben più ardui di quanto l’immagine che voleva essere anche umoristica, rappresentasse.

I primi passi



La guerra italiana si combatte anche sul mare e l’Adriatico è lo spazio marino che bisogna conquistare non solo per essere più forti in Europa e nel mondo, ma per vendicare la sconfitta di Lissa nel corso della Terza Guerra d’Indipendenza del 1866. Questa cartolina venne utilizzata per inviare auguri di buona Pasqua. La didascalia contraddice il messaggio di pace e fine della guerra che tutti si augurano nel 1917: “Dai misteri del mare le onde vaganti di Lissa invocano vendetta: adunate l’oro per dare a questa le armi”. Altro che pace! Si chiedeva ancora uno sforzo, questa volta economico, per conseguire una vittoria che appariva lontana. Sul retro solo un semplice saluto.


Il marinaio






Con un montaggio fotografico una bambina chiede un fiore dalle terre redente. Il messaggio è prestampato, la madre di Milena, Margherita del Nero e moglie di Giuseppe Mizzoni, aggiunge un “e che torni presto”.
Sul retro il messaggio è di rassegnazione: “Per molti giorni ti ho atteso credendo che se non ho fatto Natale in tua compagnia, contavo almeno di fare il principio dell’anno 1916 insieme. Rassegniamoci e auguriamoci che questo nuovo anno sia apportatore di quiete di pace e di felicità.”
In questo caso ci sembra di ravvisare una corrispondenza tra il testo è l’immagine: la bambina alla finestra aspetta il padre e la vittoria. La madre utilizza questa cartolina per stimolare suo marito a chiedere una licenza e tornare anche per un momento a casa. Ma la licenza non arriva.

I bambini e la guerra in cartolina



“L’italianità oppressa bacia il simbolo della libertà”, così recita la didascalia di questa cartolina costruita con un fotomontaggio in cui due donne simboleggiano l’Italia e le terre irredente incatenate, sullo sfondo il castello di Trento. Al centro si dispiega il tricolore che è come un ponte di speranza. Una sorella di Giuseppe Mizzoni, Veronica, inviò i saluti di buon anno al fratello. Forse la scelta della cartolina fu influenzata dall’impianto scenico dell’immagine che doveva evocare le ragioni del sacrificio e della lontananza.

Italianità oppressa



E per concludere una fotografia formato cartolina che non proviene dall’archivio della famiglia Mizzoni. Venne inviata da Pierino forse a sua madre e chiedeva di fargli sapere se aveva ricevuto altre sue fotografie.

Una fotografia con il soldato Pierino



La fotografia formato cartolina fu largamente usata sino agli anni successivi la Seconda Guerra Mondiale, era il modo per inviarsi le proprie immagini con messaggi di saluto ed di altro genere. Questa modo di scambiarsi le immagini riprendeva una delle prime forme di uso della fotografia: la “carte de visite”. I due soldati non potendo sollevare in alto la bandiera con al centro la croce sabauda, l’hanno messa in orizzontale e ben in primo piano. E’ un modo di dimostrare a chi sta a casa che quella bandiera per loro è importante ed è per essa che stanno combattendo. Forse in questo caso la scelta non fu solo dettata dalle necessità imposte dall’inquadratura, ma da tante immagini stampate sulle cartoline postali che erano passate sotto i loro occhi.
Il rapporto tra la cartolina postale e la Grande Guerra resta al centro della costruzione di un immaginario che ha fortemente influenzato le scelte delle società europee che si combatterono tra il 1914 e il 1918.