sabato 9 novembre 2013

Lettere dalla Grande Guerra

Il paese di Veroli nelle lettere 

di 

Margherita Del Nero 

a suo marito al fronte 1915-1918

Presentazione

Margherita Del Nero
Veroli 10 gennaio 1887-11 ottobre 1918

…Se io, sopra questa misera carta potessi
rappresentare lo spavento con la pena;
accoppiati, che sento nel fondo dell’animo mio,
 sarebbero cose da non potersi descrivere…
(da una lettera di Margherita del Nero, 10 ottobre 1917)

Conservata nel cassetto di un armadio della camera della letto della nostra casa di Roma, c’era una piccola scatola in cui mia madre custodiva  circa quaranta lettere che la nonna Margherita aveva spedito a suo marito Giuseppe durante la Prima Guerra Mondiale. Al tempo dell’adolescenza e della giovinezza non prestai mai grande attenzione a quelle lettere. Eppure la figura di Margherita era sullo sfondo della mia vita: sapere che era morta a causa dell’epidemia di febbre spagnola nel 1918, forse ha contribuito ad orientare i miei interessi culturali verso la storia.
Partecipazione per il matrimonio di Giuseppe Mizzoni e Margherita del Nero, si erano sposati a Veroli il 12 giugno 1912 
Sino a quando non ho cominciato a leggere le lettere con la dovuta attenzione,   Margherita è sempre stata un personaggio fotografico: una fotografia insieme alle due sorelle, Concetta e Mimmina, sul terrazzo di una casa che non ho mai visitato, un’altra nello studio di un fotografo di Frosinone, una con il marito Giuseppe, tornato a casa per una delle rare licenze che riuscì ad ottenere,  e a mia madre Milena, in piedi su uno sgabello,  una fotografia che la ritrae con la gente di Santa Croce, il quartiere medievale del paese di Veroli in cui c’era la casa della famiglia Mizzoni che comprendeva anche un vasto negozio di generi alimentari dove, sino alla fine degli anni sessanta del secolo scorso, mio nonno vendeva di tutto: dalla farina ai chiodi.

Abitanti del rione S. Croce di Veroli in una fotografia eseguita negli anni della Grande Guerra
Margherita
E ancora qualche immagine: la sua fotografia ingrandita e incorniciata in un grande tondo appeso alla parete di una stanza del secondo piano della casa che veniva chiamata “la saletta”. In questa stanza, a cui si accedeva da una scala di pietra, c’era anche il ritratto dello zio Renato, il marito di Veronica, sorella di mio nonno Giuseppe e morto circa vent’anni dopo Margherita. Nella “saletta”, seminascosto da una pesante porta di legno, ricordo anche un quadro con dipinto un San Sebastiano coperto di piaghe che m’impauriva quando ero bambino.
Nella fotografia di gruppo con la gente di Santa Croce, Margherita tiene in braccio un bambino, forse è mia madre oppure zio Bettino, morto solo ad otto mesi nel 1915.
 
Fotografia ricordo di Bettino

Dopo i quarant'anni, con il progredire dei miei interessi per la fotografia della Prima Guerra Mondiale, iniziai a leggere diari, memorie e pubblicazioni sulla corrispondenza tra i soldati al fronte e le loro famiglie. Le mie ripetute vacanze in Francia mi permisero di accedere ad una serie di pubblicazioni che dimostravano come fuori dall'Italia il lavoro su questo tipo di documentazione  avesse già una tradizione consolidata. Eredi della scuola storiografica degli Annales, gli storici d'oltralpe assegnano grande attenzione alla ricostruzione dell'universo mentale e culturale della gente: diari e corrispondenze emergono dai vecchi armadi in cui sono rimasti per decenni e spesso vengono pubblicati. Durante i lavori di ristrutturazione della casa di Veroli, in modo fortuito e grazie all'attenzione di mio cognato Agostino, una grande quantità di lettere che Margherita e Giuseppe si erano scambiati nel corso della Prima Guerra Mondiale, furono ritrovate e salvate dalla dispersione.  Decisi di leggerle con l’attenzione che richiede un documento in cui si fonde la memoria di una famiglia e la storia più complessa di una comunità. Mi resi conto che in esse c’era non solo una vicenda famigliare che mi riguardava direttamente, ma anche la testimonianza "storica" di una donna appartenente alla piccola borghesia, su un angolo di società italiana negli anni della Grande Guerra.

Cartolina del rione S. Croce di Veroli, in fondo, sotto la finestra bifora, l'entrata del negozio della famiglia Mizzoni 

Non immaginavo che le lettere di Margherita e Giuseppe  fossero più di ottocento e che coprissero tutti gli anni della guerra, sino al giorno in cui Margherita aveva scritto la sua ultima missiva, il 30 settembre 1918. L’11 ottobre era morta di influenza spagnola (epidemia che causò più di 25 milioni di vittime), contratta prestando le cure a sua sorella Concetta, che invece si salvò.

Le tre sorelle Del Nero: Margherita, Mimmina, Concetta

Leggere queste lettere, trascriverle, estrarre da esse brani significativi sul dramma della guerra mondiale, è un lavoro  che richiede pazienza, impegno costante e tempo a disposizione. Per il momento la trascrizione e l'analisi si fermano alla fine del 1916, ma oggi il lavoro prosegue e fra qualche tempo pubblicherò gli estratti dalle lettere comprese tra il 1917 e il 1918.
Le lettere di una nonna che non hai mai conosciuto e che è morta trentatré anni prima della tua nascita (Margherita aveva trentuno anni nel 1918), rappresentano una discesa nel passato che consente di conoscere una persona che, se fosse vissuta, sarebbe stata determinate per la vita di mia madre. Da questa corrispondenza emerge il carattere di Margherita che lotta contro le avversità della guerra e della sua condizione femminile in un’epoca considerata dagli storici come la grande occasione mancata per l’emancipazione della donna.
Margherita sembra attiva e intelligente, scrive in un italiano abbastanza corretto,  non è priva di pregiudizi di classe (traspare spesso un senso di superiorità nei confronti dei popolani di Santa Croce e verso i componenti della famiglia del marito, commercianti) provenendo da una famiglia di possidenti  che ha fatto studiare i figli maschi, uno di essi è avvocato, ed è desiderosa di farsi largo nella vita: andare via dal ristretto ambiente di Veroli, insofferenza verso la suocera con cui è tornata a convivere a causa della guerra (situazione che l'accomuna a tantissime donne europee negli anni compresi tra il 1914 e il 1918), aspirazione ad una condizione sociale più alta. Quest’ultimo desiderio lo trasferisce sul marito, spronandolo a chiedere di salire di grado per diventare ufficiale e sulla figlia che vorrebbe, un giorno, maestra elementare. I suoi desideri non si realizzeranno: la febbre spagnola stronca la sua vita, il marito resta un semplice soldato della sussistenza anche se ha frequentato le prime due classi del liceo classico di Arpino e Milena sarà semplicemente “sposa e madre” per tutta la vita.

Margherita, Milena e Giuseppe Mizzoni in una fotografia eseguita nel corso di una licenza dal fronte

La voce di Margherita ci giunge da quello che era considerato allora come “il fronte interno” e conferma la freddezza del popolo italiano nei confronti della guerra: le notizie che  invia al  marito contengono informazioni in cui si avverte la stanchezza della gente verso un conflitto che sembra non finire mai, mentre i prezzi aumentano, i giovani muoiono al fronte e si diffonde la miseria. Alcune lettere sono state aperte negli uffici della censura e qualcuno ha cancellato con l’inchiostro nero frasi e commenti che nessun nemico avrebbe mai potuto utilizzare; erano però ritenute  pericolose per il morale dell’esercito e per questo andavano celate agli occhi dei soldati. 
Nel criterio di selezione ho cercato di mettere in evidenza i passaggi in cui emerge la "vita quotidiana" nel paese di Veroli durante la Grande Guerra, ma leggendo le lettere si avverte in Margherita anche un’angoscia crescente derivata dalla solitudine e un senso di prostrazione per le difficoltà della vita, fatta di giornate che non passano mai nell’attesa della pace  che non arriva e notizie che risveglino la speranza.
Come milioni di europee della sua epoca, Margherita si ritrovò sola a dover combattere una sua propria guerra personale contro quella scatenata dagli uomini in un assalto al potere mondiale senza precedenti.
Chi leggerà questo e i post che seguiranno si chiederà il perché per  il momento non ci sono anche le risposte di Giuseppe. Questo fatto è dovuto a due motivi: è difficilissimo trascrivere le lettere di Giuseppe Mizzoni perché compilate con una calligrafia minutissima (è un lavoro ancora da iniziare), il mio interesse si è concentrato sulle notizie che Margherita inviava al marito sulla situazione che vedeva nel paese di Veroli. Le impressioni di questa donna sono forse un piccolo tassello per ricostruire la storia non della Grande Guerra, ma degli italiani nel corso della Prima Guerra Mondiale.

 
Cartolina con un angolo di Veroli, Via Giovanni Sulpicio
Questo spazio sul web è nato come un blog fotografico e tale dovrà restare, ma crediamo che debba aprirsi anche a documentazioni diverse, come abbiamo fatto nel caso del diario di guerra di Edoardo Ostinelli. Non avendo a disposizione un album di famiglia, abbiamo deciso di accompagnare i brani tratti dalle lettere di Margherita del Nero con fotografie e immagini di donne europee, dalle crocerossine alle operaie d'industria, realizzate tra il 1914 e il 1918.













giovedì 7 novembre 2013

1917: due fotografie dalla Battaglia di Arras


La guerre illustrée, numero di giugno 1917

La rivista in cui vennero pubblicate queste due fotografie era "La guerre Illustrée". Nonostante il titolo in francese, si trattava di una pubblicazione inglese che diffondeva fotografie dell'Illustrated London News, provenienti da tutti i fronti di guerra. Venivano privilegiate però le immagini che  propagandavano i successi dell'Impero Britannico nel duello mortale ingaggiato con la Germania. La sequenza con soldati che escono da una trincea racconta un'azione preliminare e di ricognizione prima dell'offensiva britannica, scatenata davanti alla città francese di Arras il 9 aprile 1917 e che portò inizialmente a buoni risultati con la conquista da parte delle truppe canadesi della strategica Cresta di Vimy. L'offensiva, lanciata in concomitanza con quella francese sullo Chemin- des-Dames, si arrestò a causa della disfatta subita dai francesi e per l'esaurimento dello sforzo britannico.
La guerre illustrée, numero di giugno 1917. I soldati canadesi verso la Cresta di Vimy

Le due immagini che più ci interessano e pubblicate su "La guerre illustrée", fanno parte di una sequenza di cinque scatti esposti nella mostra "Combattants de la Grande Guerre-Photographies de l'Enfer et du Caos", curata da Yves Maner e Alain Jaques nel 2009.
"La guerre illustrée" era un mensile destinato alla diffusione presso i paesi neutrali e le didascalie venivano pubblicate in più lingue, compresa quella italiana.
Non vi era alcun commento sulla guerra e sulle sue fasi: la fotografia dominava in senso assoluto, con didascalie ridotte all'essenziale che fornivano indicazioni molto generiche sui luoghi e le circostanze in cui le immagini erano state realizzate. L'importante era mostrare cosa stava avvenendo e quale ruolo avevano nella guerra gli eserciti alleati, affidando una funzione di primo piano a quello britannico.
Le informazioni sulle fotografie ridotte all'osso erano certamente imposte dalla censura militare, ma potevano favorire anche la confusione dando luogo a servizi fotografici montati unendo insieme immagini provenienti da settori diversi del fronte. Nonostante la cautela di oggi nell'osservare le fotografie provenienti dalla Prima Guerra Mondiale, i curatori della mostra "Combattants de la Grande Guerre-Photographies de l'Enfer et du Caos", affermano che le due immagini da noi ritrovate sfogliando "La guerre illustrée", sono tra le rarissime che mostrano un vero momento della guerra.

La prima in alto, con l'elmetto in primissimo piano e i soldati in fila indiana nello stretto budello della trincea, ha un forte impatto visivo. Si attende l'ordine di balzare allo scoperto per compiere l'azione. Possiamo solo vagamente immaginare cosa stesse accadendo attorno ai soldati: il rumore delle esplosioni, ad esempio.

La seconda coglie il momento dell'uscita allo scoperto sotto il fuoco nemico e l'importanza di questo secondo scatto sta nell'essere in asse con il primo. Non c'è una ripresa laterale che può lasciare intendere l'intenzione del fotografo di dare un "via" alla realizzazione di una fotografia che ricostruisce a posteriori l'azione. Il fotografo è insieme ai soldati e sembra destinato ad uscire anche lui nella terra di nessuno per andare avanti. In realtà chi fotografa è rimasto nella trincea, riesce infatti a riprendere il ritorno dei soldati che diventano delle piccole ombre contro un cielo lattiginoso. Yves Maner e Alain Jaques così commentano la sequenza delle cinque immagini:
"Qui sopra e nella doppia immagine seguente: eccezionale serie di cinque fotografie realizzate da un fotografo dell'armata britannica il 24 marzo del 1917, presso Roclincourt, durante un raid diurno sulle linee tedesche, verosimilmente legato alla preparazione dell'offensiva di Arras, programmata per il 9 aprile. Questo colpo di mano era destinato a testare le reazioni dell'avversario ed a raccogliere informazioni. Questi clichés sono molto rari perché realizzati nell'azione. I primi quattro mostrano un gruppo di soldati del 10° Scottish Rifles che escono dalla trincea di prima linea e si avventurano nella terra di nessuno; l'ultimo mostra il ritorno di una parte del gruppo."
[Dal catalogo della mostra Combattans de la Grande Guerre-Photographies de l’Enfer et du Chaos, curato da Yves Le Maner e Alain Jaques, Ed. Ouest France 2009. Pagg. 155-156-157]
L'intera sequenza fotografica pubblicata nel catalogo "Combattans de la Grande Guerre-Photographies de l’Enfer et du Chaos".  
Quanti furono i soldati che restarono uccisi nella terra di nessuno? Quanti riuscirono a tornare indietro? Sono risposte che non siamo in grado di fornire. La drammaticità di questa sequenza fotografica è accentuata anche dal fatto che, tranne uno ripreso nel primo scatto, i soldati non hanno un volto. Tutti sono inquadrati di spalle: una massa anonima che sta per andare verso la morte. Questo ultimo dato, unito alla ripresa in asse dell'azione, fa della sequenza fotografica e delle due fotografie pubblicate su "La Guerre Illustrée" un documento vero sulla guerra e sul destino di una generazione di europei. Un ultimo aspetto di questa rivista dedicata esclusivamente alla fotografia di guerra: la copertina. Le copertine, contraddicendo la vocazione fotografica, sono realizzate con delle illustrazioni destinate ad attirare l'interesse del pubblico desideroso di vedere immagini a colori che colpiscono l'occhio. Quella del giugno 1917, numero in cui vengono pubblicate le due fotografie eseguite davanti ad Arras, offre un esempio del più puro stile trionfalistico e menzognero: soldati all'assalto e a viso aperto escono dalle trincee. Nelle due fotografie che abbiamo commentato e nella sequenza completa, la paura e la rassegnazione sembrano dominare una situazione drammatica e vera.
La copertina di La guerre illustrée


domenica 6 ottobre 2013

I cento anni della Grande Guerra


Soldati francesi sotto il fuoco di sbarramento a Verdun. Le Miroir 17 settembre 1916
[Le immagini di questo post si riferiscono tutte all'anno 1916. In quell'anno si svolsero le più cruente battaglie della Prima Guerra Mondiale e i soldati pensarono che il massacro potesse continuare all'infinito]

Si avvicinano le celebrazioni dei centesimo anniversario dell'inizio della Prima Guerra Mondiale.
In realtà, a partire dal  prossimo anno i centenari saranno molti e tutti importanti: l'assassinio di dell'erede al trono dell'Impero austroungarico Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia a Sarajevo, l'agosto del 1914, la battaglia della Marna, l'inizio della guerra di trincea, l'entrata in guerra della Turchia, i gas asfissianti davanti a Ypres, l'Italia in guerra, la battaglia di Verdun e quella della Somme, l'intensificarsi della guerra aerea e i bombardamenti sulle città, la mobilitazione industriale senza precedenti con la produzione mai vista di proiettili d'artiglieria e cannoni sempre più potenti, l'impiego dei carri armati. E ancora: le due rivoluzioni in Russia, Caporetto e la riscossa italiana sul Piave, gli americani in Europa, l'ultima offensiva tedesca che in uno sforzo estremo, mette quasi in ginocchio gli alleati dell'Intesa sul Fronte Occidentale e infine, l'estate del 1918. I tedeschi non ce la fanno più e cominciano a ritirarsi per poi chiedere l'armistizio. A Berlino scoppia la rivoluzione. In un'Europa sfinita tre imperi cessano di esistere e nelle popolazioni dei paesi vincitori si diffonde una grande voglia di pace: troppi morti, troppe vedove, troppi orfani. Nelle nazioni che hanno perso la guerra si apre una stagione di convulsioni sociali in cui si affrontano aspirazioni di rinnovamento e spinte conservatrici alimentate da un nazionalismo ancora più virulento di quello che ha provocato la Grande Guerra.
Con la Prima guerra mondiale il ruolo centrale e dominante dell'Europa sul pianeta tramonta e gli effetti di quel crepuscolo si avvertono ancora oggi.
Un soldato della Prima guerra mondiale si riposa in una chiesa distrutta dai bombardamenti. Le Miroir 30 luglio 1916
Gli avvenimenti che abbiamo elencato sommariamente e che hanno una loro logica nel quadro complessivo della guerra, significano più di 10 milioni di morti. Come alla fine della guerra, i morti di allora sorgono dal fango in cui hanno marcito, dai cimiteri improvvisati dietro le prime linee, dalle bare costruite in fretta con quattro assi di legno, e chiedono il perché di tutto questo. La risposta è complessa, gli storici ne discutono da un secolo e, crediamo, ne discuteranno ancora.
Cadavere di soldato tedesco. Le Miroir 6 agosto 1916
La guerra porta con se un elemento nuovo: è vista con pochi giorni di ritardo, a volte qualche settimana, attraverso milioni di fotografie. Chi è rimasto a casa impara ad osservarla in modo nuovo e in qualche modo, a viverla. Quelle fotografie sono un'eredità importante, giunta sino a noi spesso in modo fortuito. Ciò che le fotografie non mostrano non lo sapremo mai, possiamo immaginarlo dalle memorie dei soldati e dei generali, dalle ricostruzioni degli storici. Ma per capire bene ciò che i soldati vissero dovremmo avere a disposizione una macchina del tempo e per un ora ritrovarci rintanati in una trincea di prima linea, sotto un bombardamento d'artiglieria pesante che dura da una settimana. Come avvenne nel 1916, all'inizio della Battaglia della Somme.

Soldati francesi che occupano un cratere aperto da una mina. Le Miroir 2 settembre 1916
Le fotografie pubblicate sulle riviste che continuiamo a proporvi in questo blog spesso mentono, ma a quel tempo quanti europei sapevano  distinguere il vero dal falso osservando una fotografia o assistendo ad una proiezione cinematografica? Per gli editori, l'importante era mostrare l'avvenimento in un modo assolutamente nuovo. Per la propaganda, sostenere che la vittoria era sempre a due passi. La prova evidente erano le fotografie in cui, forse, si potevano riconoscere un marito, un figlio, un fidanzato mentre facevano la guerra.
Postazione d'artiglieria italiana davanti al Carso. Le Miroir 20 agosto 1916
A quel tempo le riviste si potevano già acquistare  a buon mercato e tanta gente, soprattutto nelle città, riusciva a vedere una guerra che di giorno in giorno si rivelava sempre più incomprensibile. Da questa incomprensione derivava un'abitudine e le fotografie servivano anche per convincere, per acquietare le coscienze .
Questo blog sta dando un contributo alla conoscenza delle fotografie diffuse dalle riviste durante la Prima Guerra Mondiale ad un pubblico europeo che s'ingrandiva di giorno in giorno e a quelle realizzate  dai soldati che volevano ricordare i loro compagni e un momento irripetibile dalla loro vita.
Non sappiamo se sia o no un buon risultato, ma al momento della pubblicazione di questo post abbiamo raggiunto la cifra di 42.719 visualizzazioni. Aumentano quando ci sono esami di maturità, fine di quadrimestri, esami di riparazione, interrogazioni, ecc...E' il segno, crediamo, che un pubblico di studenti ci segua. Tante visualizzazioni provengono da angoli della Terra molto lontani dall'Italia.
Gli storici, che sapranno dire meglio di noi cosa fu veramente la Prima Guerra Mondiale, diano veramente conto di quell'immenso massacro che fu il primo ad esser visto con due nuovi strumenti della modernità: la fotografia e il cinema. C'erano anche le cartoline e le illustrazioni pittoriche, ma erano un'altra cosa. Appartenevano al passato e non erano in sintonia con un avvenimento che di giorno in giorno doveva essere aggiornato per far dimenticare l'infinita lunghezza della guerra. Nessuna intenzione da parte nostra di demonizzare la fotografia o il cinema, ma una riflessione critica sul loro impiego: questo è il nostro obbiettivo.

Assalto ripreso da una trincea. Le Miroir 10 settembre 1916
Le fotografie che abbiamo presentato in questo post potrebbero essere non autentiche: fatta eccezione di quella in cui viene mostrato il soldato tedesco ucciso, tutte le altre potrebbero esser state eseguite nelle retrovie del Fronte Occidentale.

martedì 24 settembre 2013

La guerra fuori dai confini dell'Europa Seconda parte Giappone 1914



"The Word War-The standard history of the all Europe conflict" 1915, vol III. In primo piano l'imperatore giapponese Yochihito
Nel terzo volume della rivista inglese "The Word War-The standard history of the all Europe conflict", edito da H.W. Wilson e J.A. Ammerton e pubblicato nel 1915 da Amalgamated Press Limited di Londra, un capitolo intero è dedicato alla guerra condotta dai giapponesi contro i tedeschi in Estremo Oriente e in particolare per l'occupazione della penisola di Shandong e della base tedesca di Quingdao. Si tratta di una guerra breve che però ha conseguenze che vanno oltre le vicende della Prima Guerra Mondiale. L'intervento del Giappone nella guerra iniziata nell'estate del 1914, si deve ricollegare alla complessa situazione asiatica creata dal progressivo indebolimento della Cina, trasformata in terra di conquista delle maggiori potenze coloniali europee. In questo quadro il Giappone si inserisce con un ruolo preponderante e animato da una voracità insaziabile nei confronti dell'Impero Cinese che non sa opporre un'adeguata resistenza agli eserciti moderni. L'Impero del Sol Levante  stupisce gli europei già nel 1894, sconfiggendo i cinesi in Corea con una guerra durata pochi mesi. Il Giappone è in quegli anni in una fase di intensa modernizzazione e l'efficienza del suo esercito e della sua marina si  mostrano al mondo intero nel 1904-1905, con la sconfitta dell'Impero dello Zar di Russia per il controllo della Manciuria.
 
"The Word War-The standard history of the all Europe conflict" 1915, vol III. La marina giapponese in azione contro i tedeschi nel 1914
Dopo la rivolta dei Boxer del 1900 e l'intervento delle potenze europee (anche l'Italia partecipa alla spedizione) per liberare le delegazioni straniere assediate per 55 giorni a Pechino, anche la Germania si  assicura una concessione in Cina nella penisola di Shandong, punto d'appoggio per l'espansione commerciale e spina nel fianco per gli interessi britannici in quest'area del pianeta che suscita grandi appetiti. Nel 1902 viene stipulato un trattato anglo-giapponese di mutua assistenza in caso di guerra e  si stabiliscono gli ambiti delle zone di influenza commerciale in Cina. L'espansione imperiale del Giappone causa, nel frattempo, forte inquietudine nel governo degli Stati Uniti d'America preoccupato per le limitazioni alla libertà di commercio verso la Cina e più in generale, in Estremo Oriente. La sponda asiatica dell'Oceano Pacifico è considerata dagli americani un naturale sbocco di espansione commerciale ed economica. Da questi fatti si può vedere come ci siano già, all'inizio del Novecento, le premesse per la storia futura di questa parte importante del pianeta. Nel 1911 in Cina scoppia la rivoluzione che abbatte l'impero e proclama la repubblica, un fatto questo che secondo lo storico tedesco Wolfgang Schwentker, sorprende gli europei che hanno abbandonato l'interesse per le questioni orientali e si stanno avviando verso il conflitto mondiale. La rivoluzione cinese del 1911 apre una fase nuova nei rapporti della Cina con il resto del mondo, il processo di trasformazione politico-sociale cinese ha un ruolo centrale nella storia del XX secolo e in quella attuale dell'umanità. 
 
"The Word War-The standard history of the all Europe conflict" 1915, vol III. Il luogotenente generale giapponese Kamio e il generale inglese Barnadiston.
Quando inizia il Primo Conflitto Mondiale gli inglesi chiedono ai giapponesi di ottemperare alle clausole del trattato del 1902, i giapponesi non si lasciano sfuggire l'occasione per intervenire non solo nelle vicende cinesi, ma in quelle mondiali nel ruolo di attori-spettatori (vogliono vedere e capire come si conduce una guerra assolutamente nuova inviando una loro squadra navale nel Mediterraneo per la scorta dei convogli britannici). La guerra nippo-germanica del 1914 è breve: i tedeschi non hanno uomini e mezzi per raggiungere terre così lontane. L'8 agosto il governo giapponese decide di entrare in guerra a fianco dell'Intesa e il 15 invia ai tedeschi un ultimatum in base al quale questi ultimi debbono sgomberare le acque cinesi e giapponesi dalle loro navi e lasciare al Giappone la base fortificata di Quingdao. I tedeschi ignorano l'ultimatum e il 23 agosto i giapponesi dichiarano guerra alla Germania.
"The Word War-The standard history of the all Europe conflict" 1915, vol III. Le artiglierie giapponesi assediano la base tedesca di Quingdao.
Lo storico tedesco Wolfgang Schwentker così descrive le fasi della guerra in Estremo Oriente:
"Nelle settimane successive i combattimenti si concentrarono nella penisola di Shandong e intorno ai possedimenti tedeschi nel Pacifico. Dopo il blocco di Quingdao da parte delle navi britanniche e giapponesi, il 2 settembre le truppe nipponiche entrarono nella concessione tedesca: il 7 novembre, di fronte alla superiorità numerica giapponese, 3000 soldati tedeschi capitolarono e furono fatti prigionieri. Nemmeno nei mari della Micronesia le navi giapponesi incontrarono molta resistenza, e nell'ottobre 1914 fu occupata una parte delle isole Marianne, Caroline e Marshall. Il Giappone lasciò all'Australia il compito di invadere la Nuova Guinea tedesca, i cui missionari , mercanti e coloni finirono in parte internati  e in parte rimpatriati in Europa. Le ultime settimane del 1914 segnarono così per il Giappone la fine della guerra mondiale: la nuova grande potenza del sud-est asiatico aveva perduto in tutto 2000 soldati e controllava ora gli antichi possedimenti tedeschi del Pacifico e della penisola di Shandong. Tutti i tentativi compiuti dal governo tedesco nel corso dei successivi anni di guerra per giungere ad una pace negoziata andarono incontro a delusioni e fallimenti."
[da L'Estremo Oriente prima e durante la guerra, in La prima guerra mondiale, vol I, a cura di Stèphane Audoin-Rouzeau e Jean-Jaques Beker. Edizione italiana a cura di Antonio Gibelli. Ed. Einaudi 2007]
 
"The Word War-The standard history of the all Europe conflict" 1915, vol III. Truppe giapponesi.
Le fotografie che stiamo mostrando sono un reportage di guerra da un luogo lontano del mondo. Nel 1915 dovettero provocare una certa impressione perché la gente si accorgeva che la guerra europea, se pur con una fase breve e limitata, poteva essere esportata in altre parti del pianeta dove gli opposti interessi coloniali e imperiali entravano in conflitto.
"The Word War-The standard history of the all Europe conflict" 1915, vol III. I bombardamenti e le fortificazioni di cemento occupate dalle  truppe giapponesi.
Le fotografie mostrano, inoltre, una moderna guerra di assedio in cui contano potenti artiglierie che sbriciolano il cemento delle difese, navi da guerra con cannoni a lunga gittata, rifornimenti alle prime linee. E' una situazione più o meno simile a quella che si sta determinando in Europa.
"The Word War-The standard history of the all Europe conflict" 1915, vol III. Artiglierie giapponesi in azione.
L'Impero del Sol Levante per il momento è un alleato prezioso per l'Impero Britannico (parteciperà nel 1918 al tentativo di soffocare la rivoluzione bolscevica organizzato dalle potenze alleate e dagli USA), ma cosa riserva il domani? Wolfang Schwentker scrive:
"Nel dopoguerra, in Giappone come in Cina, le speranze politiche legate all'alleanza con le potenze vincitrici (anche la Repubblica Cinese era entra in guerra  a fianco dell'Intesa, nda) furono rapidamente disattese e per gli stati della regione i risultati dei trattati di pace si tradussero in un'amara delusione."
Ai cinesi non vengono riconosciute le loro richieste di indipendenza territoriale contenute nei 14 punti enunciati dal presidente americano Wilson. Al Giappone, invece, è ratificato il possesso della penisola di Shadong. Questo fatto suscita un grande moto di protesta in Cina che culmina nella giornata del 4 maggio 1919 a Pechino, in cui gli studenti scendono in piazza. L'avvenimento favorisce la crescita di un forte nazionalismo da una parte e dall'altra, la nascita del partito comunista cinese. Il Giappone non ottiene i possedimenti coloniali che aveva sperato in tutto il sud-est asiatico e viene umiliato perché negli statuti della Società delle Nazioni sono rifiutati i diritti di uguaglianza tra le razze ed etnie.
"The Word War-The standard history of the all Europe conflict" 1915, vol III. I funerali degli ufficiali giapponesi della nave Takachiho.
"Per Hò Chi Min, allora a Parigi come delegato del Vietnam", prosegue Schwentker, "tale rifiuto dimostrava che le dichiarazioni di Wilson sul diritto dei popoli a disporre di se stessi non valevano per le colonie asiatiche delle potenze occidentali. Anche in Corea, di fatto colonia giapponese, la delusione per la non applicazione delle promesse di Wilson fu particolarmente profonda: nel marzo 1919 le principali organizzazioni religiose indissero una manifestazione pubblica contro i negoziati di Parigi, ma le autorità di occupazione giapponesi la repressero con brutalità e violenza."
"The Word War-The standard history of the all Europe conflict" 1915, vol III. Manifestazioni di esultanza in Giappone per la vittoria del 1914 sui tedeschi.
Nel corso della Prima Guerra Mondiale si scrive già una parte della futura storia dell'umanità: inglesi, francesi e americani non se ne accorgono. Ancor oggi le tensioni tra il Giappone e la Cina sono figlie di quella situazione creata negli anni della Grande Guerra e dei conflitti successivi. 

giovedì 5 settembre 2013

La guerra fuori dai confini dell'Europa Prima parte

1914-Thaiti
Tra il 1914 e il 1918 gli scenari della guerra non furono solo quelli europei, ma coinvolsero territori situati in luoghi molto lontani dal vecchio continente. Si combatté in Africa, in Asia, nel vicino Oriente e anche nell'Oceano Pacifico. Vi furono battaglie navali di un certo rilievo e, per un momento, sembrò che la guerra potesse coinvolgere anche il territorio del Nord America con uno scontro militare tra il Messico e gli Stati Uniti.
[Nel 1917 i tedeschi cercarono di concludere un'alleanza con il Messico.]
In alcuni post presenteremo immagini del conflitto provenienti dalle terre che allora erano domini coloniali delle grandi potenze e che furono teatro di guerra extraeuropeo. Non si trattava di fotografie di una particolare qualità e in molti casi erano dei veri e propri falsi, ma contribuirono ad allargare i confini mentali in cui si muoveva l'immaginazione degli europei che si interrogavano su una guerra che di giorno in giorno assumeva proporzioni mai conosciute e che poteva essere vista in tempi relativamente rapidi, attraverso le immagini delle riviste illustrate.
Sul numero 54 del 6 dicembre 1914 della rivista francese "Le Miroir", comparivano due fotografie provenienti da un angolo dell'Oceano Pacifico considerato come uno dei paradisi della Terra: Tahiti.
Thaiti divenne un mito per gli europei: a lungo era stata considerata l'isola dell'eterna felicità, dove gli uomini e le donne che la abitavano vivevano in perfetta sintonia con la natura, liberi dai tabù e i vincoli imperanti nelle società sviluppate.
A Thaiti era nato il mito del "buon selvaggio" che tanta parte aveva avuto nel pensiero di J. J. Rousseau e nella formazione della cultura romantica.
Da un atlante francese del XIX° secolo, nel cerchio rosso la posizione dell'arcipelago polinesiano di cui Thaiti fa parte.
L'isola, come del resto tutto l'arcipelago, è di origine vulcanica, emersa dal mare in seguito alle eruzioni generate dai movimenti del fondale oceanico, studiati oggi nel quadro della più complessiva "tettonica a zolle".
In un'illustrazione pubblicata sul numero 829 di "Journal des Voyages" del 20 ottobre 1912, gli europei potevano vedere un antico rito polinesiano, assai significativo per il legame che queste popolazioni hanno con il mare.
Journal des Voyages, N° 829 del 20 ottobre 1912: "Le tribù anfibie della Polinesia".
Così la didascalia descriveva l'immagine:
"Tra queste tribù marittime in cui il nuoto è una condizione essenziale dell'esistenza, le madri si impegnano a fare dei loro figli dei nuotatori perfetti. Sin dalla giovane età lanciano i bambini tra le onde in cui i poveri infanti si dibattono cercando di riguadagnare le canoe o la riva del mare."
Questo rito di iniziazione, legato all'ambiente naturale, alle necessità della pesca e all'esigenza di rompere l'isolamento, veniva anche presentato come un esempio di vita spartana praticata da  popolazioni che, venute dal mare, popolarono le isole dell'arcipelago polinesiano nei primi secoli successivi alla nascita di Cristo.
Thaiti era una colonia francese e nel XIX° secolo era stata contesa agli inglesi; l'ultimo re tahitiano, Pomare Quinto, aveva dovuto abdicare e lasciare il potere ai francesi che gli avevano conferito la Legion d'onore e assegnato una pensione. Il processo di colonizzazione non si era svolto pacificamente, c'erano state forme di resistenza dei thaitiani e l'introduzione nelle isole della Polinesia dei costumi europei aveva, in parte, modificato i modi di vivere degli indigeni: giunsero malattie sconosciute come il vaiolo e il tifo, fu introdotta la pratica dell'alcolismo, giunsero immigrati dall'Asia e dall'Europa. D'altra parte, l'arrivo di missionari cristiani sembra che abbia posto fine ad alcuni riti cannibalistici. Nonostante le trasformazioni negative e positive generate dalla colonizzazione, Thaiti era considerata la terra felice in cui non c'era l'idea del peccato e il corpo veniva mostrato liberamente dalle donne indigene, come possiamo vedere anche dall'illustrazione di "Journal des voyages".
A Tahiti arrivò la guerra nell'autunno del 1914, le navi tedesche bombardarono la capitale Papeete e affondarono due navi nel porto.
Le Miroir N° 54, 6 dicembre 1914. Il bombardamento di Papeete.
"Le Miroir" che non si discostava dallo stereotipo e definiva "dèlicieuse" l'isola provata dalla guerra, così descriveva gli avvenimenti:
"La piccola isola di Thaiti, perduta nell'altra parte della Terra nella sua serena solitudine, sembrava protetta più che altri paesi dagli orrori della guerra. Sappiamo che il 22 settembre gli incrociatori tedeschi "Gneisenau" e "Sharnhorst" le hanno reso visita, bombardando la città di Papeete senza osare uno sbarco. Due uomini soltanto, un cinese e un maori, furono uccisi, ma i danni materiali sono stati ingenti, soprattutto al centro della città. Sono valutati in circa due milioni di franchi." 
Le Miroir N° 54, 6 dicembre 1914. Le navi affondate nel porto di Papeete.
Nella seconda fotografia "Le Miroir" mostrava le navi affondate dai tedeschi.
"Mentre gli abitanti di Papeete cercavano di distruggere le scorte di carbone nel porto di cui certamente voleva impadronirsi il nemico, quest'ultimo si vendicava e affondava la piccola cannoniera Zélée e un battello recentemente catturato, il "Walkure", senza preoccuparsi che fosse tedesco. Centoventicinque obici da 224mm caddero su Papeete distruggendo numerose abitazioni quasi tutte in legno. Gli abitanti  erano pronti a difendersi sino alla fine, ma gli incrociatori si allontanarono per non far più ritorno."

Perché un bombardamento di questo tipo sul porto di un'isola dell'Oceano Pacifico che non sembrava possedere alcuna importanza nella strategia globale della guerra? Forse i tedeschi volevano impadronirsi del carbone oppure, più semplicemente, colpire il loro avversario con un atto dimostrativo teso a far comprendere che la Francia poteva essere attaccata in ogni parte del globo. La posta in gioco nella guerra da pochi mesi iniziata, stava diventando sempre più alta.