giovedì 25 aprile 2013

Cartoline e fotografie del paesaggio di guerra. Lo Zeppelin di Revigny



Cartolina inviata il 1 aprile del 1916 da Revigny.
Brabant-le Roi (Meuse)- I resti dello Zeppelin L.Z.77 abbattuto il 21 febraio 1916 alle 20 e 47 min. dalla Sesione di artiglieria motorizzata di Revigny.

Questa cartolina ha quasi un'aura surreale. Il chiarore che circonda il relitto e l'oscura figura che indica i rottami, conferiscono all’immagine la dimensione di sogno inquietante. Lo sguardo si concentra su una sorta di dinosauro metallico, sconfitto e disteso in terra, con l'uomo che indica ed è la misura dello strumento di guerra distrutto.
Il dinosauro ucciso è un dirigibile tedesco, abbattuto sui cieli del villaggio francese di Revigny, nella regione della Meuse, il 21 febbraio 1916. Si tratta di uno Zeppelin L.Z. 77, dotato di quattro motori, uno da 240 cavalli e tre da 210. Il 21 febbraio 1916 è la data di inizio della Battaglia di Verdun in cui la Germania, con un bombardamento di artiglieria mai conosciuto nella storia della guerra moderna, getta sul peso della bilancia tutta la sua potenza industriale. La Francia e forse le sorti della guerra, sono in pericolo: per questo motivo l’abbattimento del dirigibile a Revigny da parte di una batteria di artiglieria autotrasportata, assume un valore particolare. L’immagine e il racconto di questo avvenimento compare su tutti i giornali francesi e viene presentato come una grande vittoria, mentre le notizie di ciò che sta accadendo davanti a Verdun giungono frammentarie, con ritardo e oscurate dalla censura. L’abbattimento di uno Zeppelin è un avvenimento che racchiude diversi significati: la vendetta contro i bombardamenti tedeschi sulle città inglesi, francesi e italiane, la distruzione di una potente macchina per la nuova guerra aerea, l'abbattimento di un simbolo della potenza tedesca. Per questi motivi il dirigibile di Revigny diventerà l’oggetto di una campagna mediatica di cui questa cartolina è solo un piccolo segmento. L’immagine è singolare, non punta a suscitare un interesse per il contesto ambientale in cui giace il relitto, ma proietta lo spettatore in una dimensione aerea dalla quale si piomba a terra in un turbine di fuoco. E’ la prova che la guerra si può vincere. Nonostante ciò che sta accadendo a Verdun.

La copertina della rivista Excelsior del 23 febbraio 1916
La Domenica del Corriere, 12-19 marzo 1916, una fotografia con l'auto-cannone che ha abbattuto lo Zeppelin L.Z.77


sabato 6 aprile 2013

Cartoline e fotografie del paesaggio di guerra. Crateri.




Didascalia: Quota 119-I crateri. Contrafforte dell'altura di Vimy, conquistato dai soldati francesi il 25 settembre 1915. Arresto definitivo dell'invasione.

La cartolina venne diffusa dopo la fine della Prima Guerra Mondiale ed era compresa in un piccolo album venduto ai turisti che venivano a visitare il paesaggio di guerra, già a quel tempo modificato dal tempo e dal rigenerarsi della natura. Nonostante i cambiamenti, qualcosa restava del profondo sconvolgimento generato dalle esplosioni delle mine e dai bombardamenti di artiglieria in questo settore del Fronte Occidentale, posto non lontano dalla città di Arras. Ancora oggi la cresta della collina di Vimy è uno dei più importanti siti della memoria per la conoscenza della Grande Guerra. La "necropoli nazionale" di Notre-Dame de Lorette e il Sacrario Canadese sono visitati, ogni anno, da migliaia di persone.
La "necropoli nazionale" di Notre-Dame de Lorette, in cui riposano i soldati francesi. Fotografia di S.V
Particolare del Sacrario Canadese sulla Cresta di Vimy. Fotografia di S.V.

Così lo storico britannico Martin Gilbert descrive l'inizio dell'offensiva francese che portò alla conquista dell'altura sconvolta dalle artiglierie.
"Il 9 maggio sul fronte occidentale le truppe francesi attaccarono le posizioni tedesche sul crinale di Vimy. Era il primo tentativo congiunto anglo-francese di fare breccia nelle fortificatissime trincee germaniche. L'artiglieria francese aprì il fuoco , bombardando per cinque giorni  le posizioni tedesche con gli shrapnel. Seguirono due minuti di silenzio, poi i trombettieri diedero il segnale dell'assalto e le truppe balzarono fuori dalle trincee, avanzando di corsa nella terra di nessuno. Percorso un migliaio di metri , arrivarono davanti al primo reticolato tedesco: era intatto. I soldati allora tentarono di aprirsi un varco con le cesoie, sotto il fuoco delle mitragliatrici nemiche. I superstiti avanzarono verso il secondo reticolato. Alla fine raggiunsero l'obbiettivo, mentre i tedeschi ritirarono dietro linee meglio difese. Alcuni reparti avanzarono per cinque chilometri, fino ai villaggi di Vimy e Givenchy, dove finirono però sotto il fuoco della propria artiglieria. Fra le truppe francesi c'era un reggimento della Legione straniera di 3000 uomini: durante l'attacco perse l'ufficiale comandante, colpito al petto da un cecchino, e tutti i comandanti dei suoi tre battaglioni, oltre a 1889 soldati."
[da La grande storia della Prima Guerra Mondiale di Martin Gilbert, Ed. Mondadori, pagg. 200-201]
Quella che nella didascalia della cartolina commemorativa viene presentata come una vittoria, in realtà fu solo una modesta avanzata pagata al prezzo di migliaia di morti.
La cresta di Vimy fu conquistata dai canadesi nell'aprile 1917.


domenica 17 marzo 2013

Cartoline e fotografie del paesaggio di guerra. Introduzione.



Cartolina della città di Albert, realizzata nel 1918 e diffusa dopo la fine della Grande Guerra

Attraverso la cartolina e la fotografia, la Grande Guerra trasmette il ricordo della campagna europea devastata dai bombardamenti di artiglieria, dai crateri delle mine e avvelenata dai prodotti tossici che ancor oggi inquinano foreste e territori posti sull'antica linea del Fronte Occidentale.
Nelle fotografie della Grande Guerra ci sono anche  alcune grandi città europee colpite dai bombardamenti aerei (Parigi, Londra, Venezia), ma sono le rovine delle città di provincia poste nelle vicinanze delle linee dei diversi fronti, ad essere diffuse maggiormente per un pubblico assetato di notizie. Castelli, ville di campagna, chiese ed edifici religiosi, primo fra tutti la cattedrale di Reims, vengono mostrati per sottolineare la barbarie del nemico, distruttore di cultura e civiltà.
Domina su tutto, la vastità del territorio sconvolto.
Nella ripresa fotografica del paesaggio di guerra, ci sono spesso i sodati assunti ad unità di misura della distruzione. Questo modo di fotografare riprende uno stile presente sin dall'inizio della storia della fotografia, ma in questo caso la presenza umana accentua il senso di desolazione e di vuoto generato dalla guerra.
Il territorio desertificato è ripreso anche dalle trincee per valutare la distanza che le separa dal nemico, per studiare le manovre dell’avversario o un prossimo attacco.
La censura militare interviene su questo tipo di fotografie che possono svelare segreti e lascia pubblicare dalle riviste le immagini che più servono a colpevolizzare l’avversario. Alcune fotografie e cartoline del paesaggio di guerra, sono utilizzate anche per propagandare i risultati di un’offensiva o sottolineare le distruzioni inferte al nemico.
Si organizza in questo modo un’operazione mediatica tesa a sostenere due tesi opposte: la difesa della nazione e l'offensiva per riconquistare il territorio perduto e sacro per la patria. Allo stesso tempo, la fotografia della distruzione del paesaggio viene utilizzata come un'arma per dimostrare agli avversari  l'ineluttabilità della vittoria finale o, in alcuni momenti della guerra, la necessità di giungere ad un compromesso di pace su un terreno più favorevole dal punto di vista geopolitico.
I due momenti della guerra, difesa e offensiva, convergono su un punto che rappresenta  uno degli aspetti più significativi della Grande Guerra: la sua lunga durata.
I tre strumenti per diffondere la distruzione del paesaggio sono la fotografia spontanea eseguita da soldati e ufficiali, quella pubblicata sulle riviste (le riviste utilizzano sia le fotografie spontanee, sia quelle realizzate dai servizi fotografici e cinematografici istituiti dagli eserciti), la cartolina illustrata che presenta livelli diversi di comunicazione.

Cartolina con fotomontaggio: il generale Joffre, capo dello stato maggiore francese e un paesaggio di guerra in cui i soldati riposano mentre Joffre vigila. La data 1914 evoca la vittoria nella prima battaglia della Marna.

venerdì 15 febbraio 2013

Gabriele D'Annunzio Fiume e l'inquietudine italiana del primo dopoguerra Terza parte D'Annunzio e Henri Barbusse

Sul numero 306, la rivista francese Le Miroir pubblicava la riproduzione fotografica di un messaggio di D'Annunzio al popolo francese, scritto il 22 settembre del 1919.
Le Miroir, N° 396, 1919. L'appello di D'Annunzio al popolo francese.

  
Riportiamo qualche brano di questo testo in cui D'Annunzio lancia una sfida all'opinione pubblica europea: la scelta di guidare l'occupazione di Fiume è irreversibile e la sosterrà fino alla morte.
["Fratelli di Francia, sapete ciò che abbiamo fatto sotto l'ispirazione e la protezione del nostro Dio. La più italiana delle città d'Italia, più italiana di Verona o Pisa o di Perugia o di tutti gli altri insigni comuni, era perduta per noi sotto la minaccia di tutte le profanazioni e di tutte le violenze. Ero malato nel mio letto. Mi sono alzato per rispondere all'appello. Le forze non mi hanno mai abbandonato. Io e i miei compagni abbiamo obbedito allo spirito e attraverso di lui abbiamo superato tutti gli ostacoli e le miserie. Lo spirito ha compiuto il prodigio. In poche ore, senza colpo ferire, mi sono impadronito della città, del territorio, delle navi e di una parte della linea di armistizio. Le truppe inviate contro di me sono passate dalla mia parte con le loro armi...La bandiera è issata alla cima della volontà umana e sovrumana di soffrire, di lottare, di resistere..Sono deciso a tenere e difendere la città sino alla fine, con tutte le armi disponibili. Siamo pronti a morire di fame nelle strade, a farci seppellire dalla sue rovine, a bruciare nelle sue case incendiate, a fregarcene di qualunque minaccia, ad affrontare ridendo coraggiosi la morte più crudele. In questa condizione - e tutti i combattenti francesi lo sanno, a loro gloria - siamo invincibili... Coloro che in anni e anni di lutto hanno appeso corone alle statue delle città schiave. possono oggi condannarci? Fratelli di Francia non vi chiedo di venire in nostro soccorso per una causa che è tra le più belle del mondo. Il combattente che si è votato con ardore alla vostra nell'agosto del 1914, lo stesso che non si è allontanato dall'Ile-de-France se non per andare a predicare la guerra nel maggio del 1915. Lo stesso che ha sorvolato il fronte dell'Aisne nel settembre del 1914, vi saluta senza speranza o acrimonia, dall'alto della città assediata.22 settembre 1919]
Le Miroir, N° 306, 1919, firma di Gabriele D'Annunzio

Dal punto di vista fotografico, la pubblicazione sulle riviste di documenti di questo tipo amplifica il messaggio. L'appello ai francesi non resta così nella stretta cerchia di intellettuali e politici, ma raggiunge un numero di persone vasto. Non era una cosa nuova e già da tempo era iniziata la diffusione di documenti sotto forma di fotografie stampate sulle riviste.
Gabriele D'Annunzio non morirà a Fiume. Quando il governo Giolitti, succeduto a quello di Nitti, definito da D'Annunzio "cagoia", che aveva traccheggiato quasi un anno finendo così per far incancrenire una situazione densa di pericoli, decide di intervenire militarmente dopo la firma del Trattato di Rapallo, il poeta-duce si ritira in buon ordine e lascia morire pochi legionari. E' l'ultimo atto della carriera politica di D'Annunzio che si chiude in un esilio, rotto soltanto per dare un appoggio discontinuo al fascismo nella fase più acuta dello scontro di classe che sconvolge l'Italia tra la fine del 1920 e il 1922.
[Nel Trattato di Rapallo, stabilito tra Il regno d'Italia e il Regno di Jugoslavia, Fiume venne riconosciuta città libera, l'Italia ampliò i suoi confini includendo Trieste, Gorizia, Zara e l'Istria. Fu il Governo Giolitti a firmare il trattato, compiendo un gesto che contribuiva alla distensione in Europa. Il governo si impegnò a far sgomberare l'isola dai legionari fiumani che progressivamente avevano suscitato l'insofferenza della popolazione. Dopo il rifiuto di D'Annunzio di abbandonare la città, Giolitti ordinò all'esercito di intervenire. Fiume fu annessa all'Italia dal Primo governo Mussolini con il Trattato di Roma in cui, in un'ottica di amicizia e collaborazione economica con la Jugoslavia, la città fu divisa tra i due stati e Fiume divenne capoluogo di provincia. Gli Stati Uniti non parteciparono alla conferenza di Rapallo e sull'altra sponda dell'Atlantico era prevalso  da tempo, l'isolazionismo nei confronti dei problemi europei. ]
Le immagini del cosiddetto "natale di sangue", con il palazzo del governatorato e l'ufficio di D'Annunzio bombardati, sono la prova più chiara che tra gli italiani si sta aprendo un solco incolmabile. E', per alcuni, quella linea pericolosa che divide lo spirito dalla ragione di stato, dalla convenienza ad ottemperare gli obblighi presi a livello internazionale. Non è un caso che nella biografia di Mussolini, "Dux" di Margherita Sarfatti, a queste fotografie venga dato un risalto particolare. Esse sono la prova tangibile di un atto di guerra tra italiani, una situazione umiliante a cui il fascismo vittorioso metterà fine.
Da Dux di Margherita Sarfatti, pag 116. Le tragiche giornate di Fiume alla vigilia del Natale del 1920. Il ponte della Fiumara fatto saltare dai legionari. (Fot. Vaccari)


Da Dux di Margherita Sarfatti, pag 117. Giornate del Natale fiumano. Il Palazzo della Reggenza colpito dalle granate della nave Andrea Doria. (Fot. Vaccari)

Da Dux di Margherita Sarfatti, pag 119. Gli effetti del tiro della nave Andrea Doria sul Palazzo della Reggenza. La finestra della camera da lavoro del Comandante vista dall'esterno e dall'interno. (Fot. Vaccari)

Queste fotografie sono entrate nella storia d'Italia, vengono eseguite e mostrate in un momento particolare. A natale del 1920, quando da tempo si è esaurita la spinta popolare e di sinistra culminata con l'occupazione delle fabbriche, il fascismo sta diventando un movimento apertamente reazionario che lancia la sua violenta offensiva contro le organizzazioni e i militanti della classe operaia.
A Gabriele D'Annunzio, ai suoi proclami, alle invettive, all'appello agli istinti irrazionali, allo spirito evocato per rendere cosa mistica la città di Fiume, risponde, con largo anticipo di alcuni mesi (il documento è datato 1° aprile 1919), un intellettuale francese che si è arruolato volontario nel 1914. Pur malato, è stato in prima linea 16 mesi, è stato insignito con due decorazioni perché, come barelliere, si è impegnato in missioni pericolose e al suo ritorno nelle retrovie ha scritto un romanzo che ha vinto il prestigioso Prix Goncourt. Si tratta di Henri Barbusse, l'autore di "Il fuoco-diario di una squadra". Il romanzo di Barbusse è uno dei più violenti attacchi alla guerra, una denuncia senza confini ne limiti di tempo, un atto di verità per dire che in Europa si stava consumando solo un grande massacro e che i combattenti non erano altro che marionette in uno scenario in cui altri tenevano i fili dello spettacolo di morte.
Barbusse risponde a D'Annunzio sul giornale francese "Le populaire" e rimprovera al poeta soldato, il duce della riscossa contro la "vittoria mutilata", di non aver capito niente dei nuovi tempi.

Henri Barbusse
  
Il testo dell'articolo fa parte di una raccolta di scritti intitolata "Paroles d'un combattant-articles et discours 1917-1920", edito da Ernest Flammarion.
Paroles d'un combattant di Henri Barbusse, edizioni Flammarion

L'articolo riguardante le posizioni di Gabriele D'Annunzio


[Caro maestro vi abbiamo ammirato per la magnificenza della vostra opera di poeta...Dopo il cataclisma che, per quattro anni ha sfigurato l'Europa in  intere regioni e l'ha popolata di venti milioni di morti, la vostra voce si leva  di nuovo e il vostro lirismo si diffonde in questo scritto  che ho ricevuto da parte del "capitano Gabriele d'Annunzio". E' la stessa voce? Non credo...Perchè? Perché la vostra voce, mio caro maestro, la vostra voce che si armonizzava  con  al vasto dramma della realtà vivente,  non si accorda più  con il dramma  infinitamente vivente , anche lui, di cui il mondo  è oggi teatro. Essa non corrisponde più alla grandezza del dolore, della miseria e della speranza universale...Mentre affidate la vostra voce per cercare di dare alla lotta sanguinosa tra i popoli uno splendore che non ha, per resuscitare e difendere un onore militare che la guerra ha condannato e distrutto....Le conseguenze formidabili del conflitto supremo si riducono per voi a questioni di spartizione di bottino. Mentre cercate  faticosamente, per difendere la vostra tesi imperialista, degli accenti tragicomici in cui la vostra  ispirazione si dibatte maldestra, l'universo umano sta cambiando  interamente di anima e volontà. Questo immenso avvenimento vi sfugge ed è per questo che la vostra lirica suona vuota...Ammiriamo l'Italia, luce nei secoli, paradiso terrestre in cui la bellezza antica  è nata una seconda volta da quattrocento anni...Ma non c'è oggi, come credete, una causa italiana, una francese o una latina. Ci sono gli uomini; e gli interessi degli uomini sono contrari alla lotta fra gli interessi nazionali. Ci sono moltitudini che, sin dall'inizio dell'epoca viviamo sono diventati schiavi e che nonostante tutti i sofismi di linguaggio, facevano una guerra di cui altri approfittavano...Si parla di doppiezze , di promesse fatte all'Italia e non mantenute. E sia. Ma lo ripeto, una grande questione domina le piccole questioni e le fantasie diplomatiche. Se ci sono tradimenti e doppiezze, le vere sono quelle di chi si è reso colpevole verso i popoli per farli marciare gli uni contro gli altri. Li hanno riempiti di parole farsesche:  giustizia, diritto, liberazione universale, guerra definitiva alla guerra. I ciechi, di cui voi , poeta tribuno, di cui vi fate complice, invocano la pace universale per asservirla al loro profitto: si servono di grandi verità  che per garantire il loro possesso e restaurare la vecchia anarchia mondiale, piena di certezze di nuovi stermini...Colui che oggi non vede, ostinatamente, in modo stretto, che la sola causa del suo popolo su tutti, lo tradisce, perché lavora ai massacri  in cui questo popolo cadrà presto o tardi  insieme agli altri..."]
Concludendo questa carrellata incompleta e sommaria di un momento della crisi italiana del primo dopoguerra, ci pare di dover esprimere una considerazione. Le fotografie degli avvenimenti, quelle pubblicate su Le Miroir e quelle su Dux, furono viste in momenti diversi da milioni di persone e furono il segnale di un qualcosa che pochi capirono alla fine del 1920, e cioè che la partita della Prima Guerra Mondiale non si era conclusa. Si apriva in Europa un'altra fase in cui i semi maligni gettati anche attraverso le immagini che gli europei videro, sarebbero germogliati nel corso di venti anni generando un nuovo e terribile conflitto. Le parole di intellettuali come Henri Barbusse però non furono inutili: ispirarono l'antifascismo europeo che si batté in Spagna nel corso della guerra civile e in tutta Europa durante la Seconda Guerra Mondiale.

martedì 22 gennaio 2013

D'Annunzio, Fiume e l'inquietudine italiana del primo dopoguerra Seconda Parte

Le Miroir N° 305, 1919, granatieri di Sardegna e Arditi varcano la frontiera italo-jugoslava diretti a Fiume



Nel 1919 Gabriele D'Annunzio ha cinquantasei anni: per quel tempo un'età avanzata. Durante la guerra è stato ferito, é pluridecorato ed ha compiuto in campo aviatorio imprese che hanno avuto risonanza mondiale. D'annunzio ha capito che per vincere una guerra non servono solo le bombe, ma atti che creiano opinione pubblica: per questo è andato a volare su Vienna lanciando manifestini. D'Annunzio è diventato un'icona della guerra italiana vinta sul campo di battaglia e che ora, si fa credere alla gente, si sta per perdere al tavolo della pace. 
Una fotografia comparsa sul servizio che Le Miroir dedica all'entrata delle truppe di D'Annunzio a Fiume, lo mostra come un uomo incerto: la sua espressione è dimessa, forse è stupito del successo così rapido della spedizione e dell'accoglienza della folla di italiani di Fiume. Sappiamo, da un messaggio indirizzato a Mussolini, che D'Annunzio ha l'influenza.

Le Miroir N° 305, 1919, l'entrata  a Fiume di D'Annunzio

Questa fotografia fa parte di una serie di scatti (potrebbe trattarsi anche del fotogramma di una sequenza cinematografica) di cui siamo in grado di mostrarne successivo. Non è pubblicata su Le Miroir, ma fa parte delle immagini  che corredano i testi di "Dux" di Margherita Sarfatti, la biografia di Benito Mussolini che ebbe un notevole successo negli anni compresi tra le due guerre.
Da Dux di Margherita Sarfatti, pag. 111

L'espressione del poeta e capo della spedizione a Fiume non cambia, l'uomo appare stanco e perplesso, anzi molto affaticato. Il personaggio con la paglietta che entra per metà nell'immagine, si rivolge a qualcuno e sembra urlare in modo minaccioso. Per dare maggior risalto ai legami che uniscono il dannunzianesimo al fascismo, la fotografia porta una firma autografa di Gabriele D'Annunzio con la data del 12 settembre 1919.
Lo storico e meridionalista Gaetano Salvemini così descrive l'azione di D'Annunzio.
"Per impedire che quella città fosse presidiata da truppe britanniche e francesi, D'Annunzio, capitanando uomini delle truppe regolari ribellatisi al governo civile, la occupò. Fu una guerra privata contro Inghilterra, Francia e Stati Uniti, condotta da un poeta privo di senso morale e di senso comune: una parata medievale che non finì in tragedia, sol perché nessuno fuori dall'Italia la prese sul serio."
[da La vittoria mutilata, di Gaetano Salvemini, pag. 160, in La crisi italiana del primo dopoguerra, la storia e la critica. Questa raccolta di saggi e di commenti critici è stata curata dallo storico Giovanni Sabatucci, Ed. Laterza, Bari, 1976]
Da Dux di Margherita Sarfatti, questa fotografia è pubblicata a pagina intera.


Nonostante il giudizio di Salvemini, in Italia l'occupazione di Fiume fu presa molto sul serio, ebbe un eco tale da creare attorno a D'Annunzio e ai suoi legionari un vasto movimento di simpatia che si estese dai settori della piccola e media borghesia anche a strati di classe operaia e suscitò l'interesse del futuro segretario del Partito Comunista d'Italia, Antonio Gramsci che cercò un contatto con il poeta. Mussolini si schierò da subito con D'Annunzio, ma più a parole che con fatti concreti. Un atteggiamento che si meritò una lettera del "poeta-soldato" in cui rimproverava al futuro Duce mancanza di coraggio. Mussolini pubblicò la lettera tagliando le frasi più scomode e aprì una sottoscrizione per i legionari fiumani sul Il Popolo d'Italia, una parte dei soldi raccolti andarono a Fiume, un'altra, la più cospicua, servì per finanziare la campagna elettorale alle lezioni politiche del 1919, dei Faci di combattimento che però si risolse in un clamoroso insuccesso.  
Ma perché Fiume divenne così importante? Le vignette satiriche pubblicate su Pasquino ci permettono di ricostruire lo spirito di un momento molto particolare per l'Italia.
Pasquino 1919 N° 23, 8 giugno 1919.


Il titolo dell'illustrazione pubblicata su due pagine nel numero 23 dell'8 giugno 1919 è "il mercato di Versailles" e nella didascalia è scritto: "L'Italia: giù, giù le false bilance". Vi è un riferimento alla cacciata dei mercanti dal tempio, i mercanti che la giunonica Italia fa rotolare dalle scale sono i francesi, gli inglesi e soprattutto il Presidente americano Wilson che si oppone nettamente alle pretese italiane di annessione dei territori dell'Istria e della Dalmazia, in nome dei diritti del nuovo stato Jugoslavo che si è appena costituito. Cosa è accaduto? Nel corso della guerra gli appetiti di tutti sono cresciuti, ora i vincitori sono diventati voraci e l'Italia non è da meno. I territori previsti dal Patto di Londra del 1915 che dovevano andare all'Italia in caso di vittoria erano il Trentino e la Venezia Giulia, non altre terre facenti parte dell'Impero Austroungarico in cui c'erano minoranze di lingua italiana, come a Fiume (qui gli italiani sono in maggioranza e la città godeva di una particolare autonomia nel quadro dell'impero). 
Wilson, l'uomo dei 14 punti, non si ritiene vincolato dal Patto di Londra e quindi mette in discussione le rivendicazioni italiane, compreso il possesso di Trieste su cui ora gli jugoslavi accampano diritti. Inoltre, e questo è  importante, nessuno nel 1915 prevedeva lo smembramento dell'Impero Austroungarico. Se in Wilson c'è una qualche motivazione ideale in nome del rispetto delle nazionalità negate, nei francesi e negli inglesi c'è l'intenzione di spartirsi il ricco bottino di guerra delle ex colonie tedesche e il totale controllo del nuovo assetto coloniale scaturito dalla fine della guerra.
Pasquino N° 15 del 13 aprile 1919

In questa copertina di Pasquino vediamo un Wilson tirato per la giacca da Clemanceau e Lloyd George, con un signore che se ne sta in disparte. La didascalia così commenta l'immagine: "Clemanceau: stia a sentire un momento...
Lloyd George: no ascolti me, piuttosto...
Orlando: e io quando potrò parlare?"
L'uomo in disparte è il presidente del consiglio italiano Vittorio Emanuele Orlando che sembra non contare nulla nella gara tra inglesi e francesi per tirare Wilson dalla loro parte.
Orlando e il ministro degli esteri Sidney Sonnino sono uomini che appartengono al passato, non hanno capito che la guerra ha sconvolto l'Europa, ha creato situazioni nuove a cui non solo bisogna adeguarsi, ma di cui bisogna approfittare, ad esempio nuovi e vantaggiosi rapporti commerciali con le nazioni nate dallo smembramento dell'Austriaungheria. L'Italia, ancorata rigidamente al Patto di Londra, rischia di essere tagliata fuori dalla grande spartizione. Dopo un mese di trattative i rappresentanti italiani alla conferenza di Versailles abbandonano le trattative e tornano in Italia. Orlando in un discorso in Parlamento denuncia il comportamento degli alleati sulla questione adriatica senza però proporre niente di alternativo, come del resto ha fatto nel corso delle trattative. E' a questo punto che nell'opinione pubblica italiana nasce l'idea della "vittoria mutilata", idea che viene fatta propria dai futuristi di Marinetti, dai fascisti di Mussolini e dagli Arditi.
[Nel frattempo a Milano, il 23 marzo, nella sede del Circolo per gli interesse industriali, commerciali e agrari sito in Piazza San Sepolcro, Mussolini ha fondato il movimento dei fasci di combattimento. Il programma della nuova formazione politica è di orientamento repubblicano, anticlericale e ispirato alle idee del sindacalismo rivoluzionario. Notevole è il contributo degli Arditi, le truppe speciali italiane che si presentavano sulla scena con un ruolo politico ultranazionalista, ma che avevano al loro interno componenti di estrema destra e di sinistra, queste ultime con un orientamento vicino alle posizioni del Partito Repubblicano]
In Italia si riaccende lo scontro tra neutralisti e interventisti, questa volta aggravato da una situazione di grande crisi economica che provoca un rincaro vertiginoso del costo della vita e dal riaprirsi della lotta di classe con le masse popolari che presentano il conto di tre anni di guerra nel corso dei quali sono state fatte promesse (la terra ai contadini con l'abolizione dei grandi latifondi) che le classi dirigenti del vecchio stato liberale non vogliono e non possono mantenere. Una vignetta di Pasquino dal titolo "le trovate del neutralismo" illustra la situazione che si sta creando.
Pasquino 1919
 Un passante si rivolge ai gendarmi che stanno caricando i rappresentanti il Kaiser ed altri sconfitti su un carrozzone per portarli verso un ipotetico processo.
"Liberate queste vittime innocenti" dice "sono quelli i veri responsabili della guerra". Indica tre personaggi: Salandra, Sonnino (ripsettivamente Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri nel 1915) e Gabriele D'Annunzio, colui che dallo Scoglio di Quarto aveva indicato la partecipazione alla guerra come un atto di purificazione e rinnovamento per l'Italia.
Panorama de la Guerre 1915, la manifestazione di Quarto





mercoledì 9 gennaio 2013

Gabriele D'Annunzio, Fiume e l'inquietudine italiana del primo dopo guerra. Prima parte

Gabriele D’Annunzio si rivolge alla folla dei cittadini di Fiume, Le Miroir N° 305, 1919


“Chi vuol capire la crisi del dopoguerra in Italia, deve tener presente non solo l’esaurimento nervoso prodotto da tre anni e mezzo di sofferenze, ma anche e ancora sopra tutto la velenosa propaganda a cui fu assoggettato il popolo italiano dal 1919 in poi. La storia d’Italia, delle sue agitazioni sociali e turbamenti politici in quel dopoguerra, appare nella sua vera luce soltanto quando sia proiettata sullo sfondo psicologico della vittoria mutilata”
[da "La vittoria mutilata", di Gaetano Salvemini, pag. 160, in "La crisi italiana del primo dopoguerra, la storia e la critica". Questa raccolta di saggi e di commenti critici è stata curata dallo storico Giovanni Sabatucci, Ed. Laterza, Bari, 1976]
La vittoria, parola magica e inebriante per una nazione che aveva compiuto appena 57 anni dalla sua unità e che era tra i vincitori di un conflitto mondiale mai visto nella storia, fu vissuta dal popolo italiano con uno spirito di profonda inquietudine sin dalle settimane seguenti la fine della Grande Guerra. La sensazione generale fu quella di appartenere non alla categoria dei vincitori, ma a quella degli sconfitti e si riaprì la profonda ferita che aveva segnato i mesi precedenti l’ingresso dell’Italia in guerra. Interventisti e nazionalisti accusarono i neutralisti di disfattismo e tradimento della vittoria, i neutralisti e i socialisti rimproverarono a chi aveva voluto la guerra di aver mandato a morire più di mezzo milione di uomini (e inoltre più di un milione tra feriti e mutilati) per niente e di aver condotto l’Italia alla rovina economica. In tutto questo chi si dimostrò incapace di gestire una situazione assolutamente nuova e in cui le masse operaie, contadine e piccolo borghesi entravano prepotentemente sulla scena, fu la classe dirigente liberale. Lo stato liberale nel giro di pochi anni venne sostituito da una dittatura con caratteristiche assolutamente nuove: il fascismo.
Come rendere visibile oggi quel turbamento che attraversò la penisola  e che avrebbe condotto alla marcia su Roma, evento simbolico per datare l’inizio della presa del potere del fascismo guidato da Benito Mussolini? Lo faremo presentando alcune vignette satiriche apparse sulla rivista torinese Pasquino e con le immagini di un evento centrale nella crisi italiana del primo dopoguerra: l’occupazione della città di Fiume da parte delle truppe capitanate dal poeta Gabriele D’Annunzio. La cronaca fotografica dell’entrata a Fiume dei legionari di D’Annunzio ebbe risalto in Europa e, per la notorietà del poeta, in particolare in Francia, nazione dove D’Annunzio aveva a lungo soggiornato costituendo un punto di riferimento intellettuale nella Parigi delle avanguardie artistiche di primo Novecento. Le fotografie furono pubblicate dalla rivista francese Le Miroir all’indomani dell’inizio dell’avventura, in due servizi che contengono anche le pagine di una lettera inviata al popolo francese da D’Annunzio. Insieme a queste immagini, fotografiche e non, presenteremo altre fotografie che richiamano momenti precedenti la spedizione fiumana (l’interventismo del 1914-1915) e successivi alla fine della guerra. Alcune di esse vennero pubblicate in un libro intitolato “Dux”, di Margherita Sarfatti ed edito da Mondadori nel 1926. “Dux”, ripubblicato in successive edizioni, ebbe un notevole successo internazionale.
[Margherita Sarfatti, appartenente all’importante famiglia israelitica veneziana dei Grassini, fu una delle protagoniste femminili del mondo intellettuale italiano dei primi decenni del Novecento. Sposò il socialista Cesare Sarfatti e iniziò una militanza giornalistica socialista che la portò a diventare redattrice dell’Avanti della Domenica e di La difesa delle lavoratrici. Nel 1912 conobbe Benito Mussolini con cui strinse un rapporto sentimentale  sino a condividerne le future scelte. Nel1918 divenne redattrice di Il popolo d’Italia e nel dopoguerra fu direttrice editoriale di Gerarchia, la rivista teorica del fascismo fondata da Mussolini. Firmataria del Manifesto degli intellettuali fascisti, nel 1925 pubblicò in Inghilterra una biografia di Mussolini che fu tradotta in Italia con il titolo Dux. In seguito alle leggi razziali si rifugiò in Sud America e lavorò come giornalista a Montevideo. Ritornata in Italia nel 1947 visse una vita appartata e morì nel 1961.]   

Copertina di “Dux” di Margherita Sarfatti, Edizioni Mondadori, 1934

Una vignetta di  Pasquino ben illustra la situazione che abbiamo cercato di delineare.
Psquino, N° 23, 8 giugno 1919.


La didascalia della vignetta è abbastanza eloquente: “soldato italiano: cedete a me il posto” segue tra parentesi “censura”.
I due vecchi signori sono Vittorio Emanuele Orlando, presidente del Consiglio, e Sidney Sonnino, Ministro degli Esteri, il soldato armato di pugnale è un ardito.
Il 12 settembre D’Annunzio, alla testa dei granatieri che hanno aderito alla sedizione organizzata da un gruppo di ufficiali e in collegamento con gruppi industriali, il Duca D’Aosta, esponenti dell’esercito e della politica , entra a Fiume acclamato da una folla delirante di fiumani di lingua italiana.
Così la rivista Le Miroir informa i francesi dell’avvenimento, definito “un colpo di mano”.

Le Miroir N° 305, 1919.

“Fiume, rivendicata sia dall’Italia che dalla Yugoslavia, è stata occupata da Gabriele D’Annunzio con un colpo di mano eseguito con rapida audacia. Insieme al poeta c’erano granatieri, bersaglieri, artiglieri ed auto blindate. Ha proclamato l’annessione di Fiume all’Italia. Si tratta di un’impresa effettuata non solo all’insaputa, ma contro la politica del governo Nitti. Le forze alleate non sono rimaste nella città, ma si sono imbarcate al più presto senza incidenti.”
Le Miroir N° 305, 1919.

Per sottolineare l’audacia di D’Annunzio, la rivista pubblica una fotografia del poeta insieme all’aviatore Natale Palli, eseguita alla partenza del famoso volo su Vienna del 9 agosto 1918, durante il quale erano stati lanciati volantini con un messaggio di futura sconfitta per l’Impero asburgico.
Le Miroir N° 305, 1919


Quelli che saranno definiti i “volontari fiumani” sono accolti con grande calore dalla popolazione di Fiume. In questa fotografia campeggiano in primo piano la bandiera italiana e uno striscione con la  scritta “viva l’Italia”. Queste sono le parole con cui D’annunzio si rivolge ai fiumani e all’opinione pubblica internazionale: “Nel mondo vile e vile vi è una sola cosa pura: Fiume. Nel mondo vile e vile vi è un grande amore: Fiume. Fiume che splende in mezzo al mare dell’abiezione. Io combattente mutilato, rivolgendomi alla Francia di Victor Hugo, all’Inghilterra di Milton e all’America di Lincon, proclamo l’annessione di Fiume all’Italia.”
Le Miroir N° 305, 1919

Se nel 1914 qualcuno avesse chiesto ad un italiano dove e cosa era Fiume, probabilmente avrebbe avuto una risposta vaga. Le rivendicazioni dell’Italia riguardavano le città definite “irredente”: Trento e Trieste, è per il loro possesso che gli italiani furono costretti ad andare in guerra. Perché un porto dell’Adriatico che godeva di autonomia amministrativa nel quadro dell’Impero Austroungarico diventa così importante e tale da provocare una sedizione nell’esercito italiano, cosa che non era mai avvenuta in precedenza?
Le Miroir N° 305, una veduta della città di Fiume.

Fiume diventa un luogo simbolico dell’italianità misconosciuta dalle grandi potenze durante la conferenza della pace di Versailles. Il mancato riconoscimento all’Italia di Fiume, Zara e dell’intera Dalmazia (cose non previste dal Patto di Londra stipulato da Sonnino con Francia e Inghilterra nel 1915) divengono il simbolo stesso della “vittoria mutilata”. Luoghi che nell’immaginosa oratoria di D’Annunzio assumono un valore mistico e in cui si riconosce largamente il patriottismo della media e piccola borghesia che nel corso della Grande Guerra si è trasformato in un nazionalismo acceso e carico di frustrazioni. Questo processo di trasformazione porta con se i germi di un nuovo protagonismo delle classi medie italiane che, nei mesi seguenti la conclusione della spedizione fiumana di D’Annunzio, sarà “catturato” dal nascente fascismo.